Damiano Tommasi in campo con e per i rifugiati

L’ex giocatore della Roma alla partita organizzata dall’Unhcr: «La prima accoglienza fatta dallo sport è la più efficace, ma a volte si investe poco» 

L’ex giocatore della Roma alla partita organizzata dall’Unhcr: «La prima accoglienza fatta dallo sport è la più efficace, ma a volte si investe poco» 

Barrow, fascia da capitano al braccio, disegna geometrie a centrocampo, lancia i compagni verso la porta, spende sul terreno di gioco cuore e polmoni. Guida come un leone i Liberi Nantes, squadra che riunisce giovani rifugiati e richiedenti asilo con la passione per il calcio. È arrivato in Italia nel 2013 dal Senegal, affrontando le onde del Mediterraneo su un barcone. Grazie all’intervento dei soccorritori è giunto a Pozzallo, in Sicilia. Da lì, il viaggio a Roma, città in cui ha ottenuto lo status di rifugiato e lavora come cameriere in un agriturismo.

Ma non ha abbandonato la sua passione per il calcio. Anzi, i campi in cui gioca non sono più quelli in terra battuta del Senegal, ma i rettangoli della terza categoria laziale, dove militano i Liberi Nantes, protagonisti ieri, domenica 18 giugno, allo stadio delle Tre Fontane della partita con il team delle Stelle del calcio e dello spettacolo, guidate da Damiano Tommasi, ex centrocampista della Roma e attuale presidente dell’Associazione Italiana Calciatori. Un match organizzato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati in occasione della Giornata del rifugiato, che si celebra martedì 20 giugno.

Per la cronaca, la partita è stata vinta dagli ex calciatori, che hanno schierato, tra gli altri, l’ex difensore della Lazio, Paolo Negro, e gli ex centrocampisti di Roma e Sampdoria, Alessio Scarchilli e Dario Marcolin. Ma decisivi sono stati i gol dell’attore Giorgio Pasotti e della calciatrice Fabiana Costi, autrice di una doppietta. Il risultato finale comunque conta poco, come spiega Tommasi: «Il calcio non è solo business, noi oggi raccontiamo un’altra storia – afferma -. La prima accoglienza fatta dallo sport è la più efficace, ma a volte si investe poco. Dimenticarsi che lo sport ha anche questa funzione credo sia un errore. Un’iniziativa di questo genere ci aiuta a scoprire le storie di tanti ragazzi che ci devono fare riflettere».

Storie come quella di Barrow. «In Italia mi trovo molto bene, mi piace stare qui. Giocavo già da piccolo a calcio, grazie a questa squadra ho ritrovato tanti ragazzi nella mia situazione – racconta -. Quest’esperienza mi ha aiutato a integrarmi, anche grazie alle trasferte e agli incontri con altre persone». Quest’anno Liberi Nantes ha concluso il campionato al secondo posto ma non può puntare alla promozione, perché le regole della competizione agonistica non ammettono una squadra composta soltanto da stranieri. Così la vittoria dei suoi calciatori è fare gruppo e vivere quest’opportunità di sport e socializzazione. Fondamentale in questo ruolo è Diabatè, 31 anni, centrocampista giunto in Italia dalla Costa d’Avorio nel 2009 e oggi mediatore culturale, sia in campo sia fuori.

«Il calcio per noi africani è una
seconda religione, un modo per ritrovarsi e stare insieme. In Italia mi sono reso conto che rende più facile l’integrazione, perché si diventa una famiglia e non ci sono discriminazioni». Gli fa eco il presidente della squadra, Alberto Urbinati: «Lo sport è il primo elemento di integrazione in percorsi che portano alla formazione e al lavoro», spiega. Al termine della partita, il terzo tempo, il momento degli abbracci tra i calciatori delle due squadre e, infine, l’intervento del portavoce per il Sud Europa dell’Alto commissariato, Carlotta Sami, che, riferendosi ai numerosi rifugiati presenti anche sugli spalti stringendo il tricolore, ha detto: «L’Italia li ha accolti, ora sono al sicuro e tifano anche loro per l’Italia».

 

19 giugno 2017