“Dance me to the end of love”, Cohen e la bellezza dell’amore

Versi struggenti nella canzone del cantautore canadese morto nel 2016 a 82 anni: un inno alla vita nell’intimità di una relazione

Il fatto di essere stata inserita nello spettacolo teatrale “Santo piacere” di Giovanni Scifoni, che alla Sala Umberto di Roma per tre settimane ha ottenuto uno straordinario successo, ha consentito a “Dance me to the end of love” di Leonard Cohen di essere stata scoperta o riscoperta da tante persone. E per un brano struggente come questo, tra le perle del cantautore, poeta e compositore canadese, poco o per nulla proposta nella programmazione delle radio, è davvero cosa buona.

Cohen canta qui la bellezza dell’amore, come in tante altre sue canzoni più o meno celebri. «Fammi danzare verso la tua bellezza con un violino infuocato / Fammi danzare attraverso il panico finché non sarò al sicuro / Sollevami come un ramoscello d’ulivo e sii la mia colomba che mi riporta a casa / Fammi danzare fin dove finisce l’amore / Fammi danzare fin dove finisce l’amore».

In un’intervista, oltre vent’anni fa, Cohen – morto nel 2016 a Los Angeles all’età di 82 anni – raccontò l’origine e l’ispirazione di questa canzone. Aveva in mente quello che accadeva in alcuni campi di sterminio nazisti, dove, proprio vicino ai forni crematori, «un quartetto d’archi era obbligato ad esibirsi mentre l’orrore veniva perpetrato, queste erano persone il cui destino faceva parte di quell’orrore. E suonavano musica classica mentre i loro compagni di prigionia venivano uccisi e bruciati». Accadeva per esempio ad Auschwitz, dove l’orchestrina suonava delle marce durante il passaggio di migliaia di internati o scandiva altri momenti della vita infernale del lager.

«Quella musica», diceva ancora Cohen, «significa la bellezza della conclusione dalla vita, la fine dell’esistenza e dell’elemento passionale in quella conclusione. Ma è lo stesso linguaggio che usiamo per arrenderci al nostro amore, così non è importante che tutti conoscano la genesi della canzone, perché se il linguaggio viene da quell’appassionata risorsa sarà in grado di abbracciare ogni attività appassionata».

E così è, infatti. Resta un capolavoro che canta l’amore “finché morte non ci separi”. Tanto che quel “fammi danzare” potrebbe essere tradotto, con una forzatura originale ma non banale, con un “danzami”. Un danzare dentro la vita, dentro l’anima, dentro il cuore. Così scrive e canta Cohen nel brano: «Mostrami la tua bellezza non appena i testimoni se ne saranno andati / Fammi sentire il tuo corpo muoversi come fanno a Babilonia / Mostrami poco a poco ciò di cui io solo conosco il limite …. / Fammi danzare fino al matrimonio, fammi danzare continuamente / Fammi danzare con molta dolcezza e fammi danzare (danzami) ancora a lungo». La canzone sembra quasi entrare nell’intimità di una relazione, e con questo sguardo possiamo ascoltarla e, perché no, “danzarla”. Uno sguardo che lotta contro l’idea della morte e diventa un inno alla vita.

«Fammi danzare verso i bambini che domandano di essere messi al mondo / Fammi danzare attraverso le tende che i nostri baci hanno superato» (e qui, con la “tenda” che appartiene al rito del matrimonio ebraico, traspaiono le radici ebraiche di Cohen). «Innalza una tenda per ripararmi, sebbene ogni filo sia strappato / Fammi danzare fino alla fine dell’amore».

29 ottobre 2019