Mattson, dall’omosessualità alla scelta dell’amore casto

La testimonianza del musicista americano nell’incontro organizzato da Courage Italia al Regina Apostolorum. Un racconto di riscoperta della propria fede e il desiderio di «donare agli altri la speranza che ho provato»

Un cammino alla ricerca di se stessi e, nel profondo, del Padre. Così Daniel Mattson ha definito la sua vita e il suo libro “Perché non mi definisco gay – Come mi sono riappropriato della mia realtà sessuale e ho trovato la pace”, presentato ieri pomeriggio, 23 maggio, all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, nel quartiere Aurelio. L’evento è stato curato da Courage Italia, l’apostolato della Chiesa cattolica che offre accompagnamento spirituale alle persone con attrazione per lo stesso sesso e ai loro cari, ed è stato guidato da padre Gonzalo Miranda, decano di bioetica dell’Ateneo. «Mi sono sentito come il Figliol prodigo – ha detto l’autore -: nel 2015 Dio mi ha riportato a casa, solo lui poteva farlo; ma tornare alla Chiesa dopo un percorso di vita confuso, anche sul piano sessuale, mi ha fatto temere di essere considerato un ipocrita».

Daniel Mattson è un musicista americano, suona il trombone nell’Orchestra Grand Rapids, e fin da giovane si è sentito attratto dagli uomini con i quali ha vissuto esperienze sessuali estemporanee e deludenti e anche una relazione di qualche anno. Questo stile di vita, lontano dall’educazione cattolica che aveva ricevuto, per molto tempo lo ha tenuto lontano da quella Chiesa che vedeva come un censore. Oggi, non si sente più giudicato e, anzi, riconosce a se stesso la responsabilità di raccontare la sua esperienza «per donare agli altri la speranza che ho provato io ritrovandomi e ritrovando il sentiero che conduce a vivere la vita in pienezza».

Il libro, tradotto in Italia da Cantagalli editore, è stato presentato unitamente al docu-film “Il desiderio delle colline eterne”, prodotto da Courage International e dall’arcidiocesi di New York nel 2015 e tradotto in italiano con il sostegno economico dell’arcidiocesi di Bologna. Racconta di tre persone – tra le quali lo stesso Mattson – con attrazione per lo stesso sesso che parlano del loro cammino verso la castità e la pace raggiunta grazie all’amore di Cristo. Il film «celebra la “buona novella della castità” – ha spiegato l’autore statunitense -, una virtù necessaria a tutti i discepoli di Gesù per l’amore cristiano, non solo a chi prova tendenze omosessuali».

Le persone intervistate danno una testimonianza del potere sanante della Grazia e della pace e della gioia che deriva dal vivere la virtù della castità nella mente, nel cuore e nel corpo: «Non tutti possono condividere le loro esperienze personali –  ha chiosato Mattson – ma tutti possiamo essere ispirati dall’esempio di vivere e di amare castamente». Rivolgendosi in particolare agli studenti dell’Ateneo Pontificio e pensando alla loro missione di sacerdoti e pastori di comunità, Mattson ha spiegato che «spesso, le persone che si sentono attratte da persone dello stesso sesso possono temere il giudizio della Chiesa mentre devono sentirsi accolti, guardati negli occhi e abbracciati», in particolare, riferendo della sua persona esperienza, ha ringraziato Courage «per il ruolo fondamentale che ha svolto: è stato il modo in cui la Chiesa mi ha accompagnato». Nato in America nel 1980 su indicazione dell’allora cardinale di New York Terence Cooke, l’Apostolato Courage è attivo in Italia dal 2012: approvato allora dal Pontificio Consiglio per la famiglia, persegue l’obiettivo primario del sostegno e dell’accoglienza, offrendo accompagnamento spirituale non solo a persone attratte dallo stesso sesso – laiche e consacrate – ma anche a familiari, coniugi ed amici.

Proseguendo, Mattson ha chiarito che «una delle ragioni principali per cui sono tornato alla Chiesa è il suo abbraccio chiaro alla realtà oggettiva della natura sessuale, così come è rivelata nei nostri corpi. Dio ha dato un nome alla nostra sessualità nella Genesi: maschi e femmine, e questo è. Niente di più e niente di meno della bellezza di questi due sessi». Rispettare veramente qualcuno è, quindi, innanzitutto riconoscere la sua identità, «è una questione di antropologia – ha sottolineato Mattson – e per la Chiesa non c’è spazio per termini come “gay”, “lesbiche” o “transgender”, che sono una riduzione della persona. Solo quello che è vero è autenticamente pastorale: e la verità è che noi siamo uomini e donne. Tutto il resto è un falso rispetto, una falsa delicatezza e una falsa compassione». Concludendo il suo intervento, Mattson ha ribadito come «ciascuno di noi sia fatto per molto più che la fedeltà verso un uomo o una donna: siamo chiamati a un’appartenenza totale al Signore che passa prima di tutto dalla verità di chi siamo».

24 maggio 2018