Dati Istat su povertà, le reazioni della società civile

Acli: «Evitare sperequazioni tra aree forti e deboli del Paese»; associazioni familiari: «Ripensare il sistema a pioggia degli 80 euro in busta»

Acli: «Evitare sperequazioni tra aree forti e deboli del Paese»; associazioni familiari: «Ripensare il sistema a pioggia degli 80 euro in busta»

«Dopo aver toccato livelli record negli scorsi anni, l‘incidenza della povertà assoluta si mantiene stabile nella sua gravità». Così commenta Gianni Bottalico, presidente nazionale delle Acli, il Report Istat sulla povertà. «Sostanzialmente – prosegue Bottalico – la povertà rimane ai livelli record dello scorso anno. Il Paese non si può dunque permettere di abbassare la guardia rispetto a un fenomeno sociale che mantiene delle dimensioni enormi». Inoltre, «bisogna prestare molta attenzione a quanto succede sui territori perché l‘incidenza della povertà varia molto». Di qui la necessità di agire «per evitare che continuino a crescere le sperequazioni tra le aree forti e quelle deboli del Paese». Per tali ragioni, conclude il presidente delle Acli, «questi dati Istat dimostrano che è quanto mai urgente un piano nazionale contro la povertà assoluta che deve essere basato non solo su sufficienti risorse finanziarie ma anche sull‘attivazione di una rete di solidarietà che coinvolga gli enti locali, le comunità, la società civile, capace di cogliere le necessità diverse dei territori. In questa logica si colloca il Reddito di inclusione sociale proposto dall’Alleanza contro la povertà. Chiediamo al Governo che sin dalla prossima legge di stabilità si preveda un intervento strutturale per la lotta alla povertà che rimane una priorità per il Paese».

Per Roberto Bolzonaro, vicepresidente del Forum delle associazioni familiari, «non possiamo accontentarci che il livello di povertà sia stabile: il dato è comunque estremamente preoccupante. Dobbiamo migliorare, altrimenti vuol dire che non stiamo facendo abbastanza per contrastare la povertà». Il Forum guarda in particolare alle famiglie con figli, a fronte di una situazione che vede alti livelli di povertà specialmente tra quelle numerose. «Per anni abbiamo chiesto ai vari governi che si sono succeduti interventi per la famiglia e ci veniva sempre risposto che non c’erano risorse. Poi il governo Renzi ha trovato 10 miliardi per dare gli 80 euro in busta paga». Ecco allora che Bolzonaro, a nome del Forum, chiede di partire proprio da questa misura, «non distribuendoli a pioggia come avviene ora, ma rimodulandoli in base ai carichi familiari». «Questa singola manovra – osserva il vicepresidente del Forum – non chiede stanziamenti aggiuntivi, ma sarebbe addirittura meno onerosa, liberando risorse per gli incapienti e i non dipendenti, che ora sono esclusi dal beneficio». «Ben venga il bonus bebè, che viene concesso in base all’Isee e distribuisce risorse che fanno comodo a chi ha il coraggio di mettere al mondo un figlio», osserva, mentre «non è altrettanto utile il sistema “a pioggia” con cui attualmente arrivano gli 80 euro in busta».

Mauro Magatti, docente di sociologia all’Università Cattolica di Milano, vede «il bicchiere per tre quarti vuoto e per un quarto pieno». Per Magatti, «le conseguenze della crisi del 2008 in Italia sono sulle spalle di una quota significativa di popolazione. Con il tasso di crescita attuale ci mettiamo dieci anni per riassorbire questa povertà. Perciò, di ottimismo difficilmente si può parlare». Infatti, «è un dato grave che va preso sul serio e bisogna anche interrogarsi su quali nuove forme di intervento sociale e comunitario e di politica economica occorre creare per accelerare una risposta che non può essere lasciata ai tempi eterni». Al Sud la povertà assoluta rimane quasi doppia nei piccoli Comuni rispetto a quella delle aree metropolitane, il contrario di quanto avviene al Nord. «Nelle grandi città del Nord, come Milano, Torino e in parte Genova – spiega il sociologo -, ci sono un concentrato di uffici, servizi, banche, ma le loro periferie ospitano pensionati, immigrati, giovani famiglie che sono in cerca di lavoro. Nel Mezzogiorno, invece, nei centri minori abitano anziani con un’attività economica ridotta all’osso».

«Gli esperti ci dicono che negli ultimi anni l’incidenza della povertà assoluta e della povertà relativa è rimasta sostanzialmente invariata», cioè «la situazione non è peggiorata, non che è, anche solo di un soffio, migliorata, e questo non autorizza nessuna forma, sia pur velata, di ottimismo». Lo dice Francesco Belletti, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari. «Le famiglie più deboli in assoluto, quelle con almeno tre figli, sono precipitate ancora più in basso – ricorda Belletti -. In povertà assoluta erano il 14,4% nel 2013 e sono diventate 16,4% nel 2014 e quelle con i figli minori sono diventate addirittura il 18,6% con un punto di percentuale in più». Non solo: «Anche le famiglie in condizione di povertà relativa sono aumentate: circa diecimila nuclei in più rispetto al 2013. Ma se andiamo a cercare ancora quelle che stanno peggio del peggio troviamo che la famiglie con almeno due figli minori in povertà relativa sono passate dal 15,6% al 18,5%». «Una situazione che non si può esitare a definire drammatica e che segnala la distanza tra gli indicatori economici della ripresa e le reali condizioni della vita quotidiana delle famiglie – conclude Belletti -. Ci possono essere emergenze più grandi in Paese civile? Ci auguriamo che queste cifre, depurate dai falsi ottimismi, circolino anche sui tavoli del governo».

16 luglio 2015