De Donatis: «Chiamati ad essere “Sindone vivente” per i fratelli»

L’arcivescovo vicario, al termine della conferenza su “Umberto II e la donazione della Sindone al Papa”, ha celebrato la Messa a Santa Croce in Gerusalemme

Il 9 maggio del 1506, con la bolla “Salubria vota”, Papa Giulio II approvava il culto pubblico della Sindone, istituendone la festa il 4 maggio con Santa Messa ed ufficio liturgico propri. La data commemorativa venne fissata per il giorno successivo a quello in cui la Chiesa già ricordava il ritrovamento della Croce, avvenuto a Gerusalemme nell’anno 320 ad opera di Sant’Elena. Quest’anno, a Roma, la festa liturgica è stata celebrata con due momenti curati dal Centro Internazionale di Sindonologia di Torino, l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e il Centro diocesano di Sindonologia Giulio Ricci. Venerdì sera (4 maggio), prima, presso la Sala San Bernardo della parrocchia di Santa Croce in Gerusalemme, nel rione Esquilino, si è tenuta una conferenza dal titolo “Pagine di storia: Umberto II e la donazione della Sindone al Papa”, poi è stata celebrata la Messa solenne presieduta dall’arcivescovo Angelo De Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma.

Lo studioso Antonio Cassanelli, responsabile del Centro diocesano di Sindonologia Giulio Ricci e docente di Sindonologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum ha ripercorso le tappe storiche che hanno condotto il lenzuolo di lino che secondo la tradizione ha avvolto il corpo di Cristo deposto dalla croce, dalle mani di Pietro a quelle del suo successore, Papa Giovanni Paolo II. La Sindone, infatti, per volontà testamentaria di Umberto II fu lasciata in eredità alla Santa Sede nel 1983, dopo più di cinque secoli di possesso sabaudo.

«La Sindone è il documento storico che da duemila anni custodisce la sfumata impronta corporea di un uomo, che per noi è Gesù – ha chiosato Cassanelli, -: quel linguaggio scritto a caratteri di sangue proclama, silenzioso e solenne, il kerigma della nostra salvezza». Dell’importanza «della contemplazione del volto di Cristo» ha parlato nella sua omelia monsignor De Donatis: «per conoscere il Padre, è necessario conoscere il Figlio – ha detto il vicario -: noi diventiamo quello che contempliamo e come cristiani siamo chiamati ad essere “Sindone vivente” presso i fratelli, portando in noi i segni della morte e risurrezione di Gesù».

In particolare, De Donatis ha spiegato
che solo la contemplazione del volto di Cristo attua nell’uomo la vera conversione, quella che «ci consente di sperimentare e vivere a pieno la Grazia facendola abitare nella nostra mente, sentendola scaldarci il cuore e tramutandola in gesti concreti». Solo lasciandoci illuminare «e attrarre, come hanno fatto i santi, dal volto luminoso di Dio – ha spiegato l’arcivescovo – potremo vivere i fenomeni mistici ordinari» ossia quelle esperienze di vita quotidiana che «rivelano e testimoniano la nostra partecipazione alla vita del Risorto».

Quando, imitando Cristo, «adottiamo un atteggiamento umile e disinteressato, senza voler contare solo egoisticamente sulle nostre forze ed esigenze, sperimentiamo la potenza della Parola del Padre». Accade quando «senza averne umanamente la forza si resta in preghiera per ore – ha chiosato De Donatis -, quando si piange di gioia di fronte allo spettacolo della Creazione, ogni volta che si perdona senza covare più rabbia e si riesce ad amare chi ci mette alla prova. Quando, ancora, si gode di un sonno profondo nonostante le tribolazioni, si perde la paura della malattia o si muore senza dolore e angoscia».

 

7 maggio 2018