Diritto d’asilo, da Migrantes il ritratto di un’Europa e un’Italia sempre più chiuse

Presentato online il IV report della Fondazione dedicato al tema. Il vescovo Di Tora: «Troppa indifferenza. Rimuovere arbitrarie e ingiuste barriere»

82.100 persone in accoglienza in tutta Italia: la metà, rispetto a tre anni fa. 562mila irregolari. 9mila migranti riportati in Libia nel 2020. Nello stesso periodo, fra gennaio e settembre, registrati almeno 672 morti o dispersi in mare, lungo le rotte migratorie mediterranee, e altri 76 in percorsi via terra, interni all’Europa. Sono alcuni dei dati che emergono dal IV report su “Il diritto d’asilo”, curato dalla Fondazione Migrantes, presentato online questa mattina, 3 dicembre. Quello che ne emerge è il ritratto di un’Europa e di un’Italia sempre più chiuse ai richiedenti asilo, anche a causa – o con il pretesto – della pandemia di Covid-19. Mentre le persone in fuga sono sempre di più: una persona su 100 nel mondo, quasi 80 milioni. E cresce la domanda globale di protezione dovuta a guerre, crisi, violazioni dei diritti, disuguaglianze economiche, mancato accesso al cibo o all’acqua, land grabbing, desertificazione, disastri ambientali e attacchi terroristici.

Proprio l’emergenza sanitaria mondiale in corso, denunciano da Migrantes, ha fornito i «pretesti» per una serie di misure «difensive». A iniziare dal Patto europeo per la migrazione e l’asilo, nel quale uno dei pochi obiettivi condivisi «non è tanto proteggere le persone costrette a fuggire o agire sulle cause che le obbligano alla partenza – si legge nel rapporto – ma farne entrare nel continente (e nel nostro Paese) il minor numero possibile». Negli ultimi cinque anni sono entrati irregolarmente nel territorio dell’Ue circa 2 milioni di persone. Nello stesso periodo gli arrivi attraverso una forma di ammissione umanitaria sono stati circa 100milasolo il 5%. A fine settembre, solo 24 Paesi nel mondo risultano senza restrizioni all’ingresso correlate al Covid-19. In 77  si applicano restrizioni, sia pure con eccezioni per i richiedenti asilo: nell’elenco si trovano quasi tutti gli Stati europei, compresa l’Italia. In 72 Paesi – tra i quali Stati Uniti e Russia – l’accesso è invece negato. Su 22 Paesi non si hanno informazioni. Alla fine di maggio 2020 i Paesi con restrizioni all’accesso senza eccezioni per i richiedenti asilo sono arrivati a 100.

Per quanto riguarda l’Italia, i richiedenti asilo sono ai minimi degli ultimi anni: il lockdown della prima ondata di Covid-19 ha paralizzato per mesi anche le procedure d’asilo. Basti pensare che al 30 settembre sono stati registrati circa 16.855 richiedenti (dato provvisorio): due terzi rispetto allo stesso periodo nel 2019. Quest’anno poi fra i 10 Paesi d’origine con il maggior numero di richiedenti asilo in Italia, 4 sono tra i Paesi più insicuri al mondo: Pakistan, Nigeria, Venezuela e Somalia. Restrizioni e lockdown hanno pesato anche sulle richieste d’asilo nell’Unione europea: 196.620 mila fra gennaio e giugno, pari al – 31% rispetto allo stesso periodo 2019, quando l’Ue ha garantito protezione a 295.785 persone (status di rifugiato, protezione sussidiaria o umanitaria), con percentuali di riconoscimento molto basse: il 38% in sede di “prima istanza” e il 31% in “istanza finale”.

Il tasso di riconoscimento italiano in prima istanza è del 20%, sotto la media europea. Nei primi otto mesi del 2020 sono stati riconosciuti nel nostro Paese circa 5.900 benefici fra status di rifugiato, protezione sussidiaria e protezione speciale: ha ottenuto uno dei tre riconoscimenti appena un richiedente asilo su 5. Fra gli esiti delle richieste d’asilo in Commissione territoriale, nel 2020 hanno fatto il loro “esordio” i numeri della protezione speciale introdotta dal primo “decreto sicurezza” (che aveva abolito la protezione umanitaria, ora ripristinata). La protezione speciale è stata concessa a 616 richiedenti, vale a dire meno dell’1% di tutti quelli esaminati. Tra gennaio ed agosto 2020 ci sono state solo 204 concessioni.

9mila tra gennaio e settembre i rifugiati e migranti riportati in Libia dalla Guardia costiera libica – poco meno di tutto il 2019 -, con nuove forme di abuso come «il trasferimento in luoghi di detenzione non ufficiali e la loro successiva sparizione, o l’espulsione di migliaia di rifugiati e migranti dall’Est del Paese». In un anno, informano da Migrantes, solo uno su 140 tra i migranti in Libia raggiunge l’Europa via mare e solo due su 140 sono respinti. Gli altri 137 al mare nemmeno arrivano. Nei centri di detenzione “governativi” sono trattenuti altri due migranti su 140. Nonostante le «martellanti dichiarazioni politiche circa il ritorno di un’ondata di sbarchi indiscriminati», si legge nel report, anche nel 2020 si resta comunque ai livelli minimi rispetto agli anni precedenti, a parte il blocco dovuto alla politica dei “porti chiusi” nel 2018 e 2019: 23.720 gli arrivi nel nostro Paese a fine settembre 2020, contro i 132.043 nello stesso periodo del 2016 e i 105.417 del 2017. Meno di un migrante su 5 è stato soccorso dalle navi delle ong. Fra gennaio e settembre 2020, le rotte migratorie mediterranee e interne all’Europa hanno contato almeno 672 morti/dispersi in mare e 76 in percorsi via terra. La rotta del Mediterraneo centrale verso l’Italia continua ad essere la più pericolosa, con il 70% di tutti i morti e dispersi, stimabili per difetto.

Complessivamente, a fine settembre 2020 il totale di migranti, richiedenti asilo e rifugiati nei servizi di accoglienza italiani è di circa 82.100 persone, il valore più basso degli ultimi sei anni. Rispetto al valore massimo di fine 2017 (quasi 184.000 persone), oggi l’accoglienza si è più che dimezzata. Fra i “luoghi di accoglienza” nel 2020 sono da inserire anche le discusse navi quarantena anti Covid-19. A fine settembre erano già cinque, con oltre 2.200 migranti a bordo. Sono invece 562.000 a fine 2019 gli immigrati in situazione di irregolarità in Italia, secondo la stima dell’Ismu fornita dalla Fondazione Migrantes nel report. L’Ispi ha invece stimato il numero di “nuovi irregolari” prodotti dal primo “decreto sicurezza” del 2018: oltre 37mila, fino al luglio 2020; se li si somma ai nuovi “irregolari” che si sarebbero comunque prodotti in Italia anche se il decreto non fosse stato emesso, circa 82mila, si ottiene un totale di quasi 120mila  persone.

Basso, nonostante tutte le difficoltà, il numero di casi positivi di coronavirus riscontrati nei centri d’accoglienza. Focolai significativi solo nei grandi Cas (Centri di accoglienza straordinaria) o in strutture per senza dimora, «a conferma della necessità di riformare il sistema d’accoglienza – sottolineano ancora da Migrantes nel report – a favore dell’accoglienza diffusa». Il report dedica poi un focus alla rotta balcanica e alle diffuse prassi di respingimento dai Paesi Ue verso quelli non Ue, «attuate in modo violento e ricorrendo a procedure interamente extra legem». In particolare, la “catena” delle cosiddette “riammissioni” che coinvolge Slovenia e Croazia per impedire ai richiedenti asilo di entrare nella Ue. Nella primavera 2020 si è aggiunta anche l’Italia. Le situazioni di maggiore difficoltà si vivono al confine tra Bosnia e Croazia, nelle città di Bihać e Velika Kladuša. Gli attraversamenti delle frontiere esterne dell’Ue dai Paesi dei “Balcani occidentali” nel 2020 sono in aumento rispetto al 2019: 13.345 gli arrivi nei primi otto mesi dell’anno.

A commentare i dati, il vescovo Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes. «Non vogliamo vedere sempre più l’Unione europea e l’Italia come una sorta di fortezza che si deve proteggere da chi è stato più sfortunato ed è nato in un Paese diverso – afferma – ma  vogliamo che questo continente e questo Paese siano abitati da persone che ne testimonino concretamente, con politiche e pratiche, i valori fondamentali. In questi mesi in cui tutti abbiamo dovuto rinunciare a persone care, spostamenti ed abitudini consolidate – ha aggiunto –  stiamo anche avendo la possibilità preziosa di recuperare quel senso di precarietà e vulnerabilità che ci potrebbe rendere più facile capire cosa vuol dire perdere il proprio mondo dall’oggi al domani, perdere la capacità di fare piani e non essere più certi di quasi nulla». La stessa sensazione che vivono le persone in fuga.

Nelle parole di Di Tora, tristezza per «l’indifferenza che sembriamo dimostrare nei confronti di chi è in difficoltà», a motivo di norme e leggi. L’auspicio è che «forti della nuova empatia ed umanità guadagnate durante questa pandemia sapremo essere, più e meglio di prima, persone capaci di aiutare chi è in fuga». Di qui l’invito a «rimuovere alcune delle arbitrarie ed ingiuste barriere che abbiamo posto. Bisogna dare a chi è in fuga canali legali di ingresso: stanno già rischiando la vita, non la devono rischiare una seconda volta per riuscire a mettersi in salvo». E ancora: «Dobbiamo ripartire da un nuovo spirito e da una nuova mentalità. Bisogna rimettere in gioco davvero la solidarietà reale, che sa tendere una mano e si dimostra capace di aiutare chi è in fuga».

3 dicembre 2020