«Disobbedienza civile», il furore vitale e visionario di Thoreau

Riproposta da Einaudi l’opera dello scrittore americano che nel 1846 si schierò con i messicani dopo la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti per i confini del texas

Nel 1846 il governo degli Stati Uniti dichiarò guerra al Messico per fissare i confini del Texas. Lo scontro bellico si concluse con l’annessione di California, Nevada, Utah, Colorado, Arizona e New Mexico da parte degli Usa. Fu una gigantesca vincita al tavolo del Grande Gioco destinata a determinare le sorti del nostro pianeta ma si trascinò dietro la tensione febbrile di alcuni importanti protagonisti. Il giovane Henry David Thoreau, nella sua romantica indignazione morale, si schierò d’istinto coi messicani e questo, se da un lato gli costò non poche rimostranze, dall’altro orientò per sempre il suo pacifismo integrale. Quando poi decise di non versare le tasse come forma di protesta contro il conflitto, lo misero in prigione. Una premurosa zia versò la cauzione necessaria a farlo uscire di cella. Tuttavia per il ragazzo le poche ore trascorse in gattabuia furono preziose perché gli fecero conoscere l’umanità derelitta nei cui confronti si sentiva naturalmente portato.

Stiamo parlando di una delle menti più influenti della sua epoca: l’appassionato filosofo trascendentalista di Concord, innamorato dei boschi e dei sentieri dove cercare il senso profondo dell’essere umano, anche al di là delle sue capacità di percezione mentale; l’autore di Walden, riferimento ancora oggi obbligato per tutti gli ecologisti e ambientalisti e di Camminare, una specie di speciale guida interiore, per citare alcuni dei testi più celebri, fra i quali spicca Disobbedienza civile, riproposto da Einaudi nella traduzione di Andrea Mattaccheo (pp. 83, 10 euro), insieme a un discorso di ferma condanna dello schiavismo in Massachusetts. Giustamente Leonardo Caffo, nella sua bella introduzione, sottolinea la matrice anarchica e visionaria di questo breve scritto militante spingendoci a leggerlo, prima ancora che in chiave speculativa, «come un invito a restare adolescenti». Quasi che la filosofia di Thoreau fosse «una performance, una pratica, un teatro continuo».

Tale connotazione espressiva rende l’opera ancora attuale: non tanto per il muro che Trump ha annunciato di voler costruire al confine col Messico, quanto per il fondamento della sua scrittura–azione che ci vuole portare dentro il fuoco della controversia. Sentiamo fra le righe tutta l’insoddisfazione, il furore vitale insieme all’ansia creativa, del ragazzo lanciato verso il futuro che si mette da solo di fronte al patto sociale con l’intenzione di poterlo ripercorrere e addirittura rinnovare. Eppure proprio tale illusione diede vita a movimenti di popoli organizzati che infusero ulteriore forza propulsiva al pensiero politico: basti ricordare Gandhi e Martin Luther King, entrambi assai legati allo spirito libertario di questo libro.

 

23 aprile 2018