Dolore di un quartiere unito nella preghiera

Marzo 1978, la Messa del vescovo Remigio Ragonesi nella parrocchia di San Francesco a Monte Mario dopo il rapimento di Moro

«Poche cose corrompono tanto un popolo quanto l’abitudine all’odio». Queste parole di Alessandro Manzioni, scritte oltre un secolo fa, sono state ricordate da Monsignor Remigio Ragonesi, vescovo ausiliario del settore ovest, durante l’omelia pronunciata domenica scorsa, delle Palme, nella chiesa San Francesco a Montemario. Tre giorni dopo i tragici avvenimenti di via Fani, una settimana prima della celebrazione della Santa Pasqua.

In questi giorni, con impatto superiore ai precedenti ma con un dolore ugualmente incredulo e profondo, la nostra coscienza di cittadini, quindi di uomini, e uomini di un Paese civile, è stata brutalmente violentata, derisa e beffeggiata. La città tutta e la comunità ecclesiale di Roma si apprestavano a celebrare una Pasqua diversa dalle altre, una festa particolare intrisa di splendido mistero e di vivido realismo. Sono bastati pochi minuti, il disegno di una mente malata, e un nuovo dolore ci ha assaliti, ci ha colti. ma non sorpresi.

«La colpa è anche di chi ha dato e dà esca ed incentivo a questi delitti, che non nascono semplicemente dal genio malefico di alcuni loschi individui ma esplodono in una clima, a cui portano veleno e fuoco la diuturna sistematica istigazione all’odio, l’intolleranza incivile di opinioni diverse, la prepotente ed aggressiva proclamazione solo dei diritti e mai dei doveri, il disprezzo di essenziali norme morali, l’acrimonia contro la nostra fede e la nostra religione, la vile abdicazione di compiti e responsabilità educative nella scuola, nella famiglia e un pò dappertutto».

Ripensiamo un attimo: il sequestro, le prime incredule reazioni, le impulsive, massicce manifestazioni popolari, la commossa e pietosa cerimonia dei funerali delle vittime. Questo ieri. E oggi? e domani? avremo già dimenticato? Dobbiamo forse ammettere di avere con il crimine una consuetudine così forte, da odiarlo solo quando ci tocca personalmente?

Ed ecco a questo punto tornare ben vive le parole riportate all’inizio. Alle quali ha poi aggiunto Monsignor Ragonesi: «Ma non possiamo limitarci solo a sentimenti di carità, pur doverosa, pur accompagnata dalla preghiera. Tutti ed ognuno facciamo un severo esame di coscienza per chiederci che cosa possiamo e dobbiamo fare per portare nella propria vita, nella propria famiglia, nel proprio ambiente più bontà, più ordine, più pulizia». Monsignor Ragonesi ha parlato a dei fedeli, agli abitanti di in quartiere già altre volte teatro di inquietanti episodi di violenza, ma mai come oggi avvolto nell’incertezza nella paura. Un quartiere e intorno una città. Il tessuto urbano di Roma che minaccia di sfaldarsi, di disgregarsi.

Lo sgomento di un quartiere e, insieme, il raccolto dolore della diocesi. Come reagire alla costernazione? Quello che all’inizio sembrava un azzardato accostamento trova ora la sua piena giustificazione: «La passione di Cristo – è detto ancora nell’omelia – non è soltanto ricordo del passato ma realtà presente. Essa continua: continua nell’empietà che, se potesse, si scaglierebbe ancora, con lo stesso livore, contro l’adorabile persona di Nostro Signore; ed intanto oltraggia il suo nome, la sua parola, il suo Vangelo, la sua Chiesa. (…) Riconosciamolo: il male che ci affligge è soprattutto decadenza morale ed esige perciò riforma interiore, conversione, quale la Chiesa ci propone e ci raccomanda con più insistenza nella Quaresima e nella Santa Pasqua».

Ecco la risposta che la diocesi di Roma può offrire: non uno dei tanti evanescenti appelli, ma un atto di partecipazione. Non tocca a noi scoprire e punire i mandanti e gli esecutori di questi efferati crimini (come da più parti si è voluto sostenere, incoraggiando le mobilitazioni di massa); tocca però a noi, noi religiosi e laici, far si che episodi come l’ultimo accaduto non vadano ad alimentare una cronaca sempre frammentaria e staccata da sé stessa, ma servano di insegnamento a un comune e civile progresso. Salvare la storia per salvare noi stessi. (di Massimo Giraldi)

26 marzo 1978