Don Santoro, 50 anni fa l’ordinazione con Poletti

18 ottobre 1970, in una parrocchia del Casilino iniziava il ministero del sacerdote ucciso nel 2006. Alcuni brani dal suo diario negli anniversari di Messa

«Il buon pastore entra per la porta, non da un’altra parte. Entra da dove ci s’incontra, da dove può essere riconosciuto, visto in faccia, accolto o respinto. Entra per la porta rivolgendosi direttamente, chiamando e parlando. Dio non entra attraverso la paura, la minaccia, approfittando di debolezze e crisi. Dio entra per la porta d’ingresso, faccia a faccia, magari improvvisamente, inaspettato, fuori orario, ma per la porta del rispetto, dell’amore». Dio come amico che “entra per la porta”. Così lo descriveva don Andrea Santoro in un brano del suo diario, otto anni dopo la sua ordinazione. Siamo nel 1978, due giorni prima Karol Wojtyla era stato eletto al soglio di Pietro. Don Andrea scrive che le letture di quel giorno, 18 ottobre, che hanno come guida il Vangelo di Giovanni, “La porta e il buon pastore”, sono «guida di tutto», sia dell’anniversario che dell’elezione. Ed è il 18 ottobre del 1970 il giorno in cui don Santoro – ucciso il 5 febbraio del 2006 a Trabzon, in Turchia, mentre pregava nella chiesa a lui affidata – viene ordinato sacerdote.

Quest’anno, quando la sua eredità spirituale è valorizzata dall’associazione che porta il suo nome (fortemente voluta dalla sorella Maddalena), avrebbe celebrato cinquant’anni di sacerdozio, un momento importante nella vita di un prete. Avrebbe ricordato quel giorno del suo “Eccomi” davanti all’allora cardinale vicario Ugo Poletti nella parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro “ad duas lauros”, sulla via Casilina, nel quartiere dove viveva. Un quartiere allora segnato dalla povertà estrema, con la gente che viveva nelle baracche, come in altri settori della periferia romana. Lì ha inizio la sua missione, che culmina nella scelta di andare “fidei donum” in Turchia per portare un annuncio di pace e speranza evangelica, lungo la via del dialogo. Nel 1978, in un brano del suo diario pubblicato poi nel libro “Un fiore dal deserto” (San Paolo, 2015), quando parla del buon pastore, di «colui che dà la vita per le pecore» e della sua cura ad ogni costo, don Andrea ricorda che il buon pastore non fugge «quando viene il lupo, cioè la crisi, l’abbattimento, il dubbio, la difficoltà, la persecuzione », e prega: «Signore mettimi dentro tutte queste cose: che io ti scopra Pastore, che io abbia il tuo animo di pastore. Pecora di un tale pastore, mandato alle altre pecore a immagine di questo pastore. Insegnami a credere, a essere pecora di questo pastore, a diventare maestro di fede, porta e pastore per le altre pecore».

Prega di poter essere «pastore con l’odore delle pecore», direbbe oggi Papa Francesco, che ha definito don Andrea «eroico testimone dei nostri giorni». Il sacerdote del clero romano, parroco prima a Verderocca (Gesù di Nazareth) e poi al Tuscolano (Santi Fabiano e Venanzio), vive l’umiltà e si apre alla fiducia, cercando di trasmetterla anche a tutti coloro che incontra. Nel 1980, nel decimo anniversario di Messa, scrive nel suo diario di lasciare «campo libero» al Padre, che sa di cosa ciascuno di noi ha bisogno. «Dovete dichiararvi aperti, dovete imitarlo in voi e su di voi. Il resto lo sa fare da sé ed è l’unico che può farlo. Per il resto fidatevi. Siate figli». Dopo aver trascorso otto anni come viceparroco alla Trasfigurazione, al Gianicolense, don Andrea è in Medio Oriente per sei mesi, «per un desiderio impellente che sentivo di silenzio, di preghiera, di contatto con la Parola di Dio nei luoghi dove Gesù era passato» (scriverà nel 2000 ai parrocchiani nel suo saluto prima della partenza in Turchia). È già il primo seme di quella testimonianza che porterà alla sua scelta di andare come “fidei donum” in Turchia. Una scelta che si concretizzerà venti anni più tardi. Nel segno della radicalità evangelica del “buon pastore”.

19 ottobre 2020