Don Santoro: due testimonianze nella festa di sant’Andrea

Gli scritti inviati dall’associazione intitolata al sacerdote del clero romano ucciso nel 2006 in Turchia, terra fino alla quale arrivò l’apostolo di cui porta il nome

Nel 2021 ricorrono 15 anni da quando, il 30 novembre, in occasione della festa di sant’Andrea Apostolo, i fedeli delle parrocchie dove don Andrea Santoro è stato parroco, e molti altri, lo ricordano non solo perché è il suo onomastico ma anche perché sant’Andrea Apostolo ha camminato nella terra dell’attuale Turchia, fino a raggiungere il mar Nero e la città di Trebisonda (l’attuale Trabzon), dove don Andrea ha vissuto quasi 3 anni e ha ricevuto il martirio. «In questa città – scrivono dall’associazione don Andrea Santoro – abbiamo visitato spesso una piccola moschea che prima era la chiesa di sant’Andrea Apostolo. Non sappiamo se ci sia ancora (perché sono cambiate molte cose in questi ultimi anni) ma non possiamo fare a meno di pensare all’ardore di don Andrea, impegnato con la preghiera e le azioni perché le Chiese di oriente e di occidente, nella loro diversità, divenissero una sola cosa, come Gesù aveva pregato, e perché si realizzasse un vero dialogo tra popoli di culture e religioni diverse. Un dialogo non fatto di parole ma solo presenza di amicizia per testimoniare il Dio “inerme”». Tante cose sono accadute in questi 15 anni… sono stati pubblicati molti suoi scritti originali e tre biografie, ciascuna delle quali, con il solo titolo, hanno voluto esprimere una caratteristica di don Andrea: A. Salvoldi, “Una porta sempre aperta”; Augusto D’Angelo, “Un prete tra Roma e Oriente”; F. Castelli, “Il Dio inerme”, l’ultima per ora, pubblicata nel 2020, pochi giorni prima del lockdown. Ma chi fosse veramente don Andrea, “quale fosse il suo carattere” di uomo e sacerdote, lo rivelano, in modo speciale, le testimonianze di chi lo ha avuto pastore e parroco e ha collaborato con lui. L’associazione don Santoro ci invia due estratti di una lettera indirizzata a don Andrea e una testimonianza su di lui, che volentieri pubblichiamo.

Carissimo don Andrea, ieri sera al Consiglio pastorale volevo anche io dirti il mio grazie, ma forse era troppo personale o forse avevo paura che fosse carico di commozione e ho preferito non farlo. Ti volevo ringraziare per aver dato in questi anni tutto te stesso. Per essere stato in ogni mo­mento così come eri, con la tua gioia e la tua simpatia o con la tua sofferenza e tristezza. Se vuoi, come dicevi ieri sera, con il tuo caratteraccio, ma forse proprio per questo ancora più vero, più uma­no. Proprio per questo più vicino alla fatica di ogni uomo di raggiungere l’Amore, la comunicazione piena. Ed è così che mi piace ricordarti, come colui che pur nelle difficoltà dei problemi della vita, non ha mai rinunciato a camminare, a trovare stimoli e proposte nuove per essere sempre in compa­gnia e alla ricerca del Signore. Io ti ricorderò così e vorrei che continuassi a essere questo segno di contraddizione in que­sto mondo e di radicalità evangelica, ma anche e soprattutto segno dell’Amore del Padre, incarna­zione della buona notizia.(C. – settembre 1993)

 

Ho avuto la gioia di conoscere don Andrea e di essere stata accompagnata da lui per un piccolo tratto del mio cammino spirituale. Breve ma intenso e significativo per la mia crescita spirituale. Ero una sua parrocchiana.  All’inizio mi incuriosì la sua personalità: pensavo fosse un po’ scostante. Quell’uomo che mi guardava dal suo “quasi” un metro e novanta di altezza mi metteva soggezione: era esigente, non accettava compromessi e pretendeva tanto dai suoi collaboratori. Mi sono dovuta ricredere quando ho visto, solo dopo pochi mesi, il cambiamento avvenuto nella parrocchia. Con il suo zelo di vero apostolo aveva formato, in poco tempo, gruppi di ascolto della Parola di Dio, gruppi missionari, di famiglie; i giovani si erano riavvicinati grazie all’apertura dell’oratorio domenicale, dove ritrovarono la gioia dello stare insieme serenamente e sentirsi utili nel servizio ai più piccoli.

La parrocchia era diventata per me, come per tanti altri, il punto di riferimento del quartiere. Ogni momento era frequentato da persone che passavano lì, per caso e si fermavano a fare quattro chiacchiere, perché lì, da don Andrea, si stava bene. Ci aveva trasmesso concordia, serenità e senso di appartenenza alla parrocchia. Lavorare con lui, attraverso la catechesi ai bambini, mi ha dato modo di conoscerlo meglio e di sceglierlo come guida spirituale. È stato per me il fratello che mi ha sostenuto in ogni momento, mi ha consolato e rimproverato con amore. Ma lui guardava oltre la parrocchia, oltre la città, oltre i confini di Stato. Aveva una convinzione: Gesù ha dato sulla croce la vita per tutti e quindi un cristiano, soprattutto un sacerdote, deve a sua volta spendersi per tutti, senza distinzione. Questo amore per tutti lo ha portato in Turchia, dove è andato per testimoniare una presenza cristiana e dove ha trovato la morte. Ho voluto ricordare, con molta semplicità l’uomo forte, giusto, caparbio, ma anche l’uomo dolce, sereno, l’uomo di pace e di carità. Io ho perso un amico, qui sulla terra, ma ho la certezza di avere un santo in più che mi protegge dal Cielo. Ciao, don Andrè. (A. – maggio 2018)

30 novembre 2021