Don Santoro, profeta innamorato di Dio e dell’uomo

A Gesù di Nazareth l’incontro con don Faraghini, curatore della raccolta di lettere del fidei donum ucciso in Turchia nel 2006. «Sentiva la propria missione come quella del lievito nella pasta»

Un profeta, una persona profondamente innamorata di Dio e dell’uomo. Questo il ritratto di don Andrea Santoro emerso sabato 9 febbraio nella parrocchia Gesù di Nazareth, nel corso dell’evento “La profezia nelle parole di don Andrea”. L’incontro è stato il momento conclusivo di un trittico di eventi organizzati dalla diocesi di Roma per ricordare, in occasione del tredicesimo anniversario della sua morte, il parroco “fidei donum” ucciso il 5 febbraio del 2006 a Trabzon, in Turchia. Un viaggio attraverso le sue lettere, guidati da don Gabriele Faraghini, rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore, che ha curato le bozze del libro “L’anima di un pastore” (San Paolo 2019), una raccolta dei
messaggi scritti dal sacerdote ai superiori, parrocchiani, parenti e amici nell’arco di più di un ventennio (la maggior parte tra il 1980 e il 2006).

Don Andrea è stato «un profeta, una persona che ha bandito la mediocrità dalla sua vita e ha cercato di vivere in piena comunione con Dio l’amore ai fratelli», lo descrive don Gabriele, «e ha fatto ciò da prete diocesano, ma vivendo con un cuore di monaco, come un Piccolo Fratello di Gesù». Profondamente «animato dall’amore per la Parola di Dio, capace di una lettura sapienziale della vita attraverso la Scritture» che gli donava uno «sguardo contemplativo, volto a cogliere l’essenziale», don Andrea era molto vicino alla spiritualità dei Piccoli Fratelli di Gesù, congregazione
ispirata a Charles de Foucault, da cui aveva mutuato in particolare la “spiritualità di Nazareth”. «Gesù visse grandi parole perché visse grandi silenzi», scriveva in una lettera indirizzata alla parrocchia Gesù di Nazareth, da lui fondata nel 1981, in cui sottolineava l’importanza di riscoprire la realtà dei trent’anni di Gesù vissuti nella dedizione all’ordinario. «Nazareth doveva essere la nostra scuola, la scuola dei bambini, la culla di nuove vocazioni a vivere come Gesù».

Il suo desiderio di «imitare la vita di Gesù a Nazareth» si traduceva nel silenzio e nella preghiera, come anche nell’accoglienza e nella vicinanza alla gente. Un sacerdote «esperto di umanità», lo ricorda don Gabriele, capace di «coltivare rapporti personali di umanità autentica, perché non aveva timore di amare sul serio, di essere presente».  Il desiderio di accostarsi a tutti perché potessero ricevere la fede è testimoniato dalle numerose lettere ai parrocchiani, alle coppie di sposi, ai giovani. Proprio ai giovani della parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio, da lui guidata dal 1994 al 2000, scriveva nel 1996: «Non ho un lavoro da darvi, una casa, una sistemazione, una risposta concreta a problemi concreti, ma tutto quello che ho, ve lo do: il nome di Cristo».

Don Andrea «sentiva la propria missione come quella del lievito nella pasta», racconta ancora don Gabriele, «qualcosa di piccolo e apparentemente insignificante ma che nascostamente opera. È questo il modo con cui ha vissuto anche la sua presenza in Turchia», dove è stato inviato nel 2000
dalla diocesi di Roma come sostegno pastorale alla Chiesa turca. «Il mondo musulmano, il mondo non cristiano, attende anch’esso di essere evangelizzato – scriveva don Andrea – ma per altre vie, che non sono quelle più conosciute e praticate: un’evangelizzazione legata soprattutto alla presenza, alla testimonianza, alla preghiera, all’accoglienza, alla carità».

«Occorre diventare santi, e santi sul serio», scriveva nel 1964 ai genitori l’ancora seminarista Andrea Santoro; un desiderio che ha declinato per tutta la vita nel donarsi completamente per i fratelli, fino alla testimonianza suprema del martirio.

11 febbraio 2019