“Dove sta il limite”, il racconto dei muri con Shehadeh

Il conflitto arabo-israeliano visto dallo scrittore nato a Jaffa. Il tema dell’amicizia, ma anche gli ostacoli che spezzano le famiglie

Si può essere amici anche se le nazioni a cui apparteniamo sono in guerra fra loro? Risposta affermativa, a patto di mettere in conto un lavoro quotidiano essenziale: il discernimento continuo fra ciò che dicono gli altri e ciò che ti ispira il tuo cuore. Sembra essere questo il perno tematico intorno al quale ruota Dove sta il limite. Attraversare i confini della Palestina occupata di Raja Shehadeh (Einaudi, pp. 180. 17 euro).

Non c’è forse altro conflitto più simbolico e lacerante di quello arabo-israeliano: due popoli, due religioni, una sola terra. Le ragioni storiche consentono alle parti in causa di rivendicare spesso il medesimo luogo, dunque l’intero peso delle scelte ricade sulle spalle degli esseri umani che già ci abitano o ci vorrebbero vivere; i quali però non possono essere lasciati uno di fronte all’altro impegnati a scannarsi, ecco perché la tensione che li attraversa riguarda ognuno di noi.

Avevamo ancora in mente i Diari dell’occupazione (Castelvecchi 2014), in cui lo stesso autore, nato a Jaffa nel 1951, spiegava cosa vuol dire crescere in un terreno conteso e dilaniato come la Cisgiordania. Andare da Ramallah a Gerusalemme, distanti pochi chilometri, significa passare da un mondo all’altro.

Nel nuovo libro torna con maggiore forza narrativa il racconto, cronologicamente sgranato in capitoli che vanno dal 1959 al 2013, dei muri che spezzano le famiglie, dei controlli doganali, delle piccole e grandi protervie, delle strade proibite, dei ponti presidiati, delle città profanate. Il protagonista autobiografico è un intellettuale palestinese di formazione giuridica: suo padre, messaggero di pace, venne assassinato in circostanze misteriose. L’amico a cui si rivolge, ricercatore ebreo canadese che vive in Israele, si chiama Henry e a un certo punto si ammala di leucemia. Entrambi cercano di proteggere il sentimento di stima e simpatia che nutrono uno nei confronti dell’altro, ma devono lottare contro il mondo e anche dentro se stessi.

«Di chi era la colpa? Non riuscivo a trovare una risposta univoca. Non era colpa solo di Sharon o di Arafat o della politica degli insediamenti. Non era solo fanatismo religioso. Non erano solo gli eventi del secolo scorso in Europa. Era un insieme di tutte queste cose». In Dove sta il limite c’è quello che chiederemmo a un romanzo, ma luoghi e personaggi sono veri. Inoltre la trama non esiste anche perché nessuno sa come andrà a finire la storia.

Il punto di vista è palestinese, ma la forza di Shehadeh resta l’equilibrio prospettico: quando visita il Museo ebraico di Berlino deve ammettere che sarebbe impossibile paragonare la Nakba (il tragico esodo della popolazione civile araba durante la guerra civile del 1947– 48) alla Shoah. Tuttavia non può fare altro che contrapporsi allo scempio delle vecchie case arabe occupate dai coloni ebrei, «che si illudono di creare un mondo immaginario in cui la storia di un popolo viene completamente cancellata dal paesaggio e sostituita da una fantasia messianica». Da dove possiamo ripartire?

Forse proprio dalla relazione che lega i due personaggi chiave: «Se voglio bene al mio amico devo accettare le sue decisioni e quel che ha fatto della sua vita. Se non fosse venuto qui, non ci saremmo incontrati e non avrei mai avuto un amico che ha arricchito la mia vita come ha fatto Henry. Nonostante ciò che ci separa, sono fiero di avere un amico di nome Henry».

3 giugno 2019