Enrico Letta, i giovani e la necessità di un’Europa «con anima e cacciavite»

Alla Cittadella della Carità l’incontro promosso da Azione cattolica e Acli di Roma, introdotto dal vescovo Ruzza. Un dialogo sulla politica oggi, tra passato e futuro, dentro e fuori i confini nazionali

«Dobbiamo ragionare sugli scenari del mondo dei prossimi decenni e su quale scelta fare. Abbiamo davanti due strade. I singoli Paesi europei possono essere da soli nel mondo e di conseguenza decidere se stare più con gli americani o più con i cinesi, perché le dinamiche demografiche ed economiche lo imporranno. Oppure, facendo un’Europa unita e forte sui valori, essere in grado di esercitare una “opzione europea” sapendo che è completamente diversa se non opposta al modo di vivere e alle filosofie americana e cinese». Lo ha detto l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta durante la presentazione del suo libro “Ho imparato” (Ed. Il Mulino). Un dialogo con i giovani sulla politica oggi tra Italia ed Europa, tra passato e futuro, che si è tenuto nell’ex mensa della Cittadella della Carità Santa Giacinta di via Casilina Vecchia venerdì 15 marzo, introdotto dal vescovo Gianrico  Ruzza che ha ricordato come «in questa mensa sono state macinate tonnellate di cibo» e oggi «non si muore di fame ma c’è carenza di cultura».

Un dibattito segnato inevitabilmente da due eventi contrapposti avvenuti nella stessa giornata: le manifestazioni dei giovani contro i cambiamenti climatici e la strage nelle moschee in Nuova Zelanda. «Entrambi – ha ricordato Letta – hanno avuto come protagonisti personaggi bianchi e occidentali». Eventi che «raccontano in fondo che la nostra crisi è tutta dentro il mondo bianco occidentale, che è stato il centro del mondo» e ora si affaccia a «un mondo diverso, nuovo» e ha il problema di «come porsi». Del resto, sia Lidia Borzì, presidente Acli di Roma, che Rosa Calabria, presidente dell’Azione cattolica diocesi di Roma, nei loro saluti iniziali hanno posto in evidenza il «momento politico difficile, troppo ripiegato sul presente e con troppe persone impreparate» come ha ricordato di recente il presidente della Repubblica Mattarella, e di conseguenza la necessità della formazione come «via obbligata per veicolare valori», insieme «alla partecipazione attiva».

enrico letta, lidia borzì, piero damosso, rosa calabriaQuestioni inevitabilmente interconnesse che, ampliando lo sguardo, hanno sullo sfondo la visione dell’Europa futura, anche alla luce dell’imminente appuntamento elettorale. Quali sono le priorità, ha domandato il moderatore dell’incontro Piero Damosso, giornalista del Tg1? «Non possiamo più raccontare l’Europa come fatto fino a ieri – ha risposto Letta -. L’Europa della pace non può essere il motivo con cui si mobilitano le coscienze. Deve essere legato al mondo di domani. Questa Europa non ci piace in tante cose che fa ma l’idea di integrazione non può prescindere da un’Europa unita». Letta ha fatto l’esempio degli smartphone. Tutti in sala, con una sola eccezione, ne avevano uno di marca americana o orientale (cinese o coreana). «Il vero petrolio del futuro è quello dei dati e come vanno protetti» perché «sulla proprietà dei dati si baseranno campagne elettorali, campagne pubblicitarie, si ricatteranno persone e Stati. Gli americani sono per una deregulation totale, senza alcun bastone tra le ruote alla competitività tecnologica». All’opposto, i cinesi hanno «un rapporto con le persone totalmente diverso, sostanzialmente invasivo, che punta al controllo. Ora, pensate a un’Europa con 28 Brexit. Non ci sarebbe nessuna capacità di influenzare le nuove regole di protezione dell’identità della persona».

Di fronte a questo scenario, il ruolo dell’Italia, secondo Letta, rischia di essere marginale dopo le prossime elezioni: «I partiti al governo si posizioneranno nella minoranza, che nel Parlamento di Strasburgo di fatto ha solo diritto di tribuna, perché la maggioranza resterà ai partiti pro Europa nei quali la presenza italiana rischia di essere debolissima». Quindi ha insistito sulla necessità di un cambiamento a partire dall’educazione: «Lo stereotipo principale dell’Europa è l’Erasmus e ci si sta rovesciando contro». Motivo: nel 2016 su 18 milioni di giovani italiani ne sono andati a studiare all’estero 30mila. L’Erasmus «va fatto con i soldi europei e deve essere per tutti. Serve uguaglianza nell’educazione. Oggi le famiglie italiane che hanno mezzi propri mandano i figli all’estero» dando loro opportunità di gran lunga superiori mentre «la maggioranza li manda nella scuola pubblica e i giovani queste esperienze non le fanno. Bisogna cambiare tutto questo – ha concluso – con un’Europa che parli a tutti i cittadini, non solo di schemi astratti, ma che entri nei valori da una parte e sia utile dell’altra; ovvero, come diceva Delors, un’Europa con anima e cacciavite».