Enrico Vanzina: «Mio padre fu il mio primo fan»

Il regista e sceneggiatore romano si racconta. L’entusiasmo per il cinema nato grazie al papà Steno, il lungo sodalizio col fratello Carlo

Dici Vanzina e pensi ad una presenza costante e duratura nel cinema italiano. Un nome che significa garanzia di un prodotto brillante e scanzonato, luogo di meccanismi ironici e divertenti. Enrico Vanzina, 71 anni, romano, è con noi oggi per aiutarci a guardare la crisi sotto il profilo di chi non si arrende alle difficoltà ma offre immagini per rialzarsi e andare avanti.

Enrico, a partire dal 1975 hai scritto un numero crescente di sceneggiature che tuo fratello Carlo ha poi diretto fino alla dolorosa scomparsa nel luglio 2018. Molti titoli sono ormai nella memoria storica del cinema italiano. La vostra passione per il cinema nasce a fianco di vostro padre Stefano Vanzina, in arte Steno…(regista di titoli “storici” quali “Un giorno in pretura”, 1953; “Un americano a Roma”, 1954; “Susanna tutta panna”, 1957; “Piedone lo sbirro”, 1973).

Ho scritto moltissimo per il cinema. Ad oggi sono circa 105 film per il grande schermo, più tantissime fiction televisive. Di questi una sessantina li ho fatti con Carlo e il resto con altri registi quali Dino Risi, Alberto Lattuada (“Oh Serafina!”, 1976), Marco Risi, Neri Parenti e Steno. Con lui ho lavorato in tantissimi film e mi piace ricordare uno dei miei preferiti, “Febbre da cavallo “ (1976). È chiaro che il nostro entusiasmo (mio e di Carlo) per il cinema è nato a casa tra le mura domestiche, sui tanti set dove lavorava a raffica nostro padre. Lui però non voleva che noi facessimo il cinema, lo riteneva un “lavoro” rischioso, sbagli un film e poi finisci lì. Poi però, di fronte al fatto che Carlo già a vent’anni era aiuto regista di Mario Monicelli e io, da parte mia, ho capito che ero capace di scrivere film, papà si è per cosi dire “arreso” ed è diventato il nostro primo fan.

La critica italiana ha spesso demonizzato i prodotti brillanti e leggeri, che però poi il pubblico ha gratificato con ottimi risultati. Il confronto tra cinema di qualità e cinema popolare è destinato a segnare il panorama della nostra produzione…

È vero, la critica italiana ha sempre considerato la commedia e i film leggeri in genere demonizzandoli. Questo nasce da una specie di prezzo pagato soprattutto all’ideologia. Ancora oggi la commedia è vista come film non importante per portare avanti istanze sociali, per cui la critica la vede come un cinema superficiale, mentre non è così. La commedia è quella che ha raccontato meglio il nostro Paese dal punto di vista sociologico e politico e regge ancora oggi a distanza di anni, mentre molti film da festival o drammatici risultano indigesti e talvolta antiquati. Ma, come dice un mio carissimo amico, bisogna pensare che il critico migliore è il tempo perché è un critico galantuomo.

La chiusura delle sale e il blocco dell’attività produttiva hanno dato nuovo slancio alle piattaforme televisive per far comunque arrivare il film al pubblico. Per certi versi una rivoluzione…

Già da qualche tempo si era avviata una battaglia di retroguardia dell’ala più conservativa  dell’esercizio contro queste nuove forme di sfruttamento dell’immagine. Ma il cinema non deve avere paura delle novità tecnologiche (ricordiamo il passaggio dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, il momento in cui arriva la televisione nelle case di tutti). Il cinema si è sempre adattato, fare film per queste piattaforme è necessario e inevitabile. Il problema è semmai quello dei ricavi, perché queste piattaforme pagano ancora poco e non possono mantenere in pieno un’industria come la nostra. Alla fine penso che in futuro, come è sempre successo, la sala non morirà.

Il tuo lungo sodalizio con Carlo non è stato solo e soltanto professionale…

Il mio sodalizio con Carlo è cosa rara nel cinema italiano. Ho scritto un libro sulla sua malattia e sulla sua scomparsa (“Mio fratello Carlo”, HarperCollins editore, 2019) da cui traspare tutto ciò. Eravamo due fratelli amici, due fratelli complici, due fratelli che avevano la stessa identica visione del cinema e, soprattutto, della vita.

Enrico, quali sono i tuoi progetti attuali? E, in prospettiva, per quando la situazione tornerà alla normalità?

Ho appena finito di girare il film “Sotto il sole di Riccione” per Netflix che ho scritto e prodotto e uscirà a luglio per Lucky Red. Film, credo, molto riuscito, interpretato da giovani bravissimi, una specie di piccolo “Sapore di mare” fatto oggi con tanta emozione, tanta musica e tanto romanticismo. Spero che piaccia e abbia un bel successo.

22 maggio 2020