Erbil, vita delle famiglie in fuga dall’Isis

Il diario di un cooperante Focsiv dall’Iraq. Visita nelle strutture gestite dalle chiese cristiane. Interi nuclei su materassini accatastati sul pavimento: «anime sofferenti, in cerca di risposte»

(28.08.2014) – La visita fatta oggi dei siti che ospitano le famiglie sfollate dalle città occupate dalle milizie ISIS, alloggiate in ambiti di ogni genere, mi ha permesso di vedere come il senso profondo della comunità produca una forte sensazione di fiducia verso le persone che sanno trovare parole, gesti, momenti di partecipazione sventure. Ho visto come questa fiducia sia un collante potente che condiziona la vita delle centinaia di migliaia di persone ospitate nelle tende, nelle strutture di emergenza che contengono le vittime sopravvissute alla brutale occupazione dei loro villaggi e città.

Padre Jako, sacerdote rogazionista proveniente da Qaraqosh, dove era parroco, attuale padre spirituale dei suoi parrocchiani alloggiati in diverse strutture della città di Erbil, era la mia guida per la visita delle località in cui si deve avviare il sostegno psicosociale per i bambini, i soggetti più vulnerabili, vittime delle tragedie familiari vissute dal momento della tragica fuga dalle loro case.
Lungo la strada un grande campo di tende con il marchio internazionale, ben allineate, vuote, con pochi servizi igienici intercalati dopo diverse file, in una zona verso la periferia della città di Erbil, mi ha fatto temere di non vedere la località che era stata segnalata da servire con il progetto che è in gestazione.

La comunità che cercavo era oltre, non lontano, in una struttura ancora più isolata dalla città, ma in un mondo brulicante di oltre un centinaio di famiglie concentrate in una struttura a un piano, un centro sportivo totalmente occupato da gruppi familiari, persone che si conoscono l’una con l’altra, senza distinzioni, neppure con tele separatorie delle famiglie, per l’ampiezza dei locali dentro la struttura e, nel cortile, due file di tende non grandi, erette con molta urgenza con rivoli d’acqua da un serbatoio al centro dell’accampamento.

Passare tra le persone sedute sulle pile di materassini, che di notte saranno sparsi su tutto il pavimento, è un esercizio che ho fatto al seguito di padre Jako, che, sorridendo, salutava ogni persona, si intratteneva con le donne che con gli occhi gonfi gli chiedevano «…quando possiamo andarcene? Dove?». E ricevevano la risposta, angosciante per chi la dice ….. «bisogna avere pazienza …. sperare … », mente la guerra brutale, il genocidio, ancora infuria proprio nella città da cui queste persone provengono.

Ad un sorriso gli adulti rispondono tutti con un sorriso, che solleva la piega amara, ormai pesante, delle labbra di chi risponde. Un sorriso che illumina fugacemente il volto, le mamme con i piccoli, taluni infanti di pochi giorni o mesi, stesi sui materassini per terra o in braccio. Gli anziani seduti, fissi, o con gli occhi che scrutano lentamente intorno le pareti sconosciute, dopo una lunga vita pacifica trascorsa nelle case della tradizione storica della loro città, taluni muti, dal volto pietrificato, altri con immediati segni di reazione alla vista di persone nuove in visita, per capire se ci sono cambiamenti… Il cibo, le notizie, con la frase finale di stile bartaliano … tutto da rifare. E bambini dappertutto.

Poi tutto intorno a padre Jako e alla suora che lo accompagna si anima, quando vengono chiamati i bambini nel parco esterno, al sole di oltre 45 gradi, ma normale per chi vive all’aria da sempre in queste latitudini. La musica, il gruppo di giovani animatori fanno l’ordine nelle file dei bambini divisi per età, la suora presenta la scena e si comincia la danza sempre accompagnata dal canto, con cadenze diverse e gesti delle mani, per liberare i pensieri nel cielo caldo… E la festa si estende per ore fino a notte, con giochi, piccoli gruppi di scambio, piccoli lavoretti di scubidou insegnati da un gruppo di giovani francesi in visita.

La visita di commiato di padre Jako dai suoi parrocchiani è ancora motivo di scambio con donne che cullano, che allattano, giovani allacciati a facebook con alcuni computer che usano il wi-fi locale, fuori le tende illuminate fanno capire l’esiguità delle dimensioni disponibili per una famiglia che almeno nella tenda ha una privacy, che coloro che sono nei saloni non hanno. Questi ultimi distribuiranno i materassini accatastati su tutto il pavimento, un letto comune di diverse famiglie, decine di persone, con bambini, tutte insieme per gruppi familiari…

E viene immediatamente in mente la domanda di prima: «Quando possiamo andarcene padre? Ma dove?». Questa é in una sola località. Le località che le chiese cristiane gestiscono in questa zona della città di Erbil sono 21 … Tutte così nello stile, ma più grandi nelle dimensioni dei numeri umani di anime in penitenza e sofferenza. (Terry Dutto)

2 settembre 2014