Eribon, un “diario” aperto al mondo
“Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo”: fra cronaca e riflessione, attraverso la figura della madre lo scrittore ripercorre la propria educazione sentimentale. In un rapporto di odio-amore
Con Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo (L’Orma, traduzione di Annalisa Romani, 21 euro) Didier Eribon (1953) conferma la notevole attitudine espressiva che aveva già mostrato, qualche anno fa, in Ritorno a Reims (Bompiani, 2017): entrambi i libri sono spaccati autobiografici, fra cronaca e riflessione, profondamente legati alla tradizione letteraria francese, nella linea classica del diario aperto al mondo. Superano il rischio dell’intimismo grazie allo sguardo consapevole dell’autore, filosofo e accademico con all’attivo un’importante monografia su Michel Foucault.
Nel primo libro, più dichiaratamente narrativo, il perno tematico era il padre, mai amato e anzi sempre contrastato per il suo carattere autoritario e spesso violento, esplicitamente reazionario, che non avrebbe mai accettato l’omosessualità di Didier se questi gliela avesse dichiarata. Nel secondo tomo, ancora più intenso, è di scena la madre, colta nei suoi ultimi anni, trascorsi in una casa di riposo di Fismes, alle porte della città natale, dopo una vita trascorsa in povertà, prima in un orfanotrofio, poi addetta alle pulizie, infine operaia.
La figura di questa donna, priva di cultura e segnata dall’abbandono infantile, che l’aveva temprata ma anche indurita, è al centro dell’indagine dello scrittore che attraverso di lei ripercorre la propria educazione sentimentale, nella difficile emancipazione sociale che, se da una parte spiega la sua adesione giovanile al partito trozkista, nel tentativo di sottrarsi alla subalternità familiare nei confronti dei retrivi modelli capitalisti – alla quale soggiacciono anche i tre fratelli -, dall’altra lo spinge ad affrancarsi da tutti loro andando a Parigi a studiare all’università, via dalla provincia: «Leggendo Marx, all’epoca, situandomi politicamente dalla parte operaia in un momento in cui socialmente e culturalmente la stavo lasciando, mi ricongiungevo a mia madre, alla mia famiglia, con cui non potevo più vivere. Era il mio modo di non tradirli all’inizio di un percorso di transfuga… E da questo punto di vista, da un punto di vista politico, posso dire di non averli mai traditi».
Due sono gli aspetti più originali che caratterizzano questo scrittore: uno è l’intersecarsi naturale del referto personale con citazioni di autori tesi a legittimarlo, da Jean Paul Sartre a Simone de Beauvoir, da Norbert Elias a Maurice Merleau- Ponty; l’altro, più profondo, si lega all’odio-amore nei confronti della madre. Per spiegarlo non è sufficiente l’interpretazione sociologica. Come già in Annie Ernaux, che Didier Eribon ha sempre considerato fondamentale, crescere in periferia significa essere marchiati a fuoco. Chi ci mette al mondo ci ricorda l’oscurità da cui proveniamo. Ecco perché, come scrisse Albert Cohen, con piglio alla Rimbaud, «piangere la propria madre significa piangere la propria infanzia e la propria giovinezza perduta».
5 novembre 2024

