Fallimenti nelle relazioni, riproporre il valore del legame

L’importanza del lavoro terapeutico per affrontare la sofferenza. Le ricadute sui figli. I rischi dell’esasperazione dei conflitti fino al dramma dei femminicidi

Come terapeuta di coppia e di famiglia, capita spesso di confrontarmi con situazioni di sofferenza relazionale sia all’interno della semplice coppia sia nella dinamica familiare che coinvolge i figli, che diventano i principali catalizzatori del disagio emotivo. In entrambe le situazioni, nonostante le difficoltà è possibile accompagnare un processo trasformativo, nella maggior parte delle situazioni, che permetta ai singoli attori relazionali di poter condividere, sostenere e affrontare la sofferenza.

La sofferenza diventa “vessillo” della propria identità, per cui alcuni tendono ad identificarsi con il disagio che portano dandosi etichette: “da compagno tradito”; “da moglie esasperante”; “da figlio problematico”; “da  marito troppo impegnato e poco attento”… L’elenco è ampio e caratteristico della singolarità delle situazioni che vengono accolte ma al di là delle etichette è possibile, con un lavoro terapeutico, poter entrare nella storia e nel “romanzo” di quella coppia e di quella famiglia e permettere a ciascun membro di poterne vedere la ricchezza e la complessità, favorendo la consapevolezza dei processi che hanno portato alla formazione del disagio, dei conflitti e delle sintomatologie specifiche.

L’attenzione, meglio dire la preoccupazione, è rivolta a quelle situazioni che non arrivano a consulenza: cosa accade quando la coppia o la famiglia non chiede aiuto ma arriva all’esasperazione dei conflitti? Leggiamo titoli di media che riportano notizie come “Femminicidi, in Italia una donna è uccisa ogni 72 ore. La coppia è l’ambito più a rischio” (Sky Tg 24) – “Violenza donne: 3mila vittime dal 2000 a oggi, in 50mila hanno chiesto aiuto” (Il Sole 24 Ore). Sono solo esempi di un “fenomeno” sempre più dilagante della strage nei confronti delle donne che si verifica prevalentemente in famiglia (il 70,2 %) e in coppia (il 65,2%): “La coppia è l’ambito più a rischio per le donne”. Tra il 2000 e i primi dieci mesi del 2018 le donne uccise sono state 3.100, una media di più di tre a settimana. E in quasi 3 casi su 4 (il 72%) si è trattato di donne vittime per mano di un parente, di un partner, di un ex partner, di un figlio. Oltre un terzo delle vittime di femminicidi di coppia ha subito nel passato ripetuti maltrattamenti e l’omicidio rappresenta l’atto estremo di ripetute violenze fisiche e psicologiche. Inoltre, un dato su cui riflettere, nella maggioranza dei casi tali violenze erano conosciute da terze persone e la donna aveva presentato regolare denuncia (dati curati da Eures – Ricerche economiche e sociali del 2018 in vista della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne).

Tale riflessione vuole porre l’accento non tanto sulla fase finale del processo “di esasperazione di un conflitto e sulle sue possibili e gravi degenerazioni” ma su quanto sia importante poter intraprendere un percorso di coppia laddove si notano difficoltà di comunicazione, di gestione delle emozioni, di chiusure relazionali, di difficoltà nella genitorialità, ovvero in tutte quelle situazioni dove la coppia percepisce di essere in stallo e dove non è possibile accedere alle proprie risorse per risolvere la crisi. I fallimenti degli “incastri relazionali” non necessariamente terminano con un divorzio, laddove le persone si accorgono di essere in stallo è possibile individuare l’intollerabilità del fallimento; la persistenza del bisogno, considerando che prima o poi verrà soddisfatto; il sentimento di grave pericolo inerente la fuoriuscita dal legame e la disperazione di poter avere e meritare altre forme di legame.

L’oggetto di approfondimento è proprio il legame e la persona è intesa come essere in relazione che vive di legami e che esiste in relazione, in rapporto con l’altro che sia coniuge, figlio, parente, amico… così come insieme si stringe il patto, insieme lo si scioglie (Cigoli). L’aspetto paradossale del divorzio, quando il processo di coppia porta alla rottura del patto, è quello di essere un compito congiunto che trascende l’elaborazione personale, che pure ha il suo spazio e il suo peso. Il lavoro è sul legame perché con lo scioglimento si ritirano dal patto gli impegni e i doni reciproci, lasciando spazio al dolore del fallimento, all’odio per l’altro vissuto come fonte di male, o verso se stessi percepiti come indegni e incapaci nel portare avanti una relazione, o nell’essere assorbiti dall’angoscia del presente-futuro. La spirale di questo processo può prendere una forma depressivo-persecutoria, acquistando la modalità distruttiva, oppure prendere la forma cinico-disperata, acquistando la modalità inibitoria. Tali forme sono espressione di quello che viene definito legame disperante, in cui un membro della coppia non può smettere di sperare in quel legame: per quanto gli ex coniugi tornino nelle loro famiglie d’origine, vivano da soli con i figli, stringano nuovi rapporti affettivi, è proprio quel legame che conta e domina (Cigoli).

E i figli? Non sono “separabili” dal destino del patto di coppia, e per quanto un figlio possa “differenziarsi” rispetto ai singoli genitori, non può farlo dal legame di coppia e tenterà di intervenire in vari modi: rifuggendolo; riparandolo; alleandosi con un membro della coppia generalmente percepito come il più fragile; riproducendolo nel proprio stile relazionale futuro. Quello che è evidente, nel lavoro da fare, è la salvaguardia del legame tra le generazioni che è il fulcro della relazione familiare. Risulta cruciale sottolineare che i legami non si eliminano ma si trasformano, vengono ad assumere altre forme e significati perché la loro dimensione emotiva-affettiva è essere “eterni” e su di questo va calibrato l’intervento. Non c’è dunque la fine-sparizione, ma piuttosto la fine-passaggio, perché non è possibile uscire dal legame annullandolo, anche se questo è ciò che molti disperatamente desiderano e nei casi più gravi agiscono, è invece possibile separarsene nel senso di riconoscerlo per quello che è stato, dare spessore storico alle relazioni vitali, offrire un senso di aver qualcosa dato e qualcosa ricevuto, oppure constatare dolorosamente che ciò non è stato possibile per più cause e non per malvagità di uno solo, e soprattutto poter e sapere ricevere ed offrire, riproponendo il valore e la speranza nel legame.

Il legame è qui pensato nella sua complessità, non solo in termini di vincolo-obbligo ma anche come luogo di comunione, della lealtà, del proprio romanzo familiare, della fede nel rapporto che teorizza la coppia come sintesi, dove si incontrano e si incastrano bisogni-paure-aspettative per la maggior parte inconsapevoli. È quindi necessario che le persone comprendano la propria vicenda, se ne assumano la responsabilità e portino in salvo qualcosa del legame con l’altro, solo così il bilancio dei crediti e dei debiti si può concludere e si può volgere lo sguardo al futuro (Laura Boccanera)

22 febbraio 2019