Filippo Boni racconta “Gli eroi di via Fani”

In un volume edito da Longanesi le storie degli uomini della scorta di Moro, uccisi nel sequestro, ricostruite attraverso le testimonianze dei familiari. «Il racconto è un modo per superare l’odio»

Stanze chiuse dove filtra un po’ di luce. Luoghi che per quarantanni hanno custodito oggetti.  Pochi. Sono quel che resta dopo una raffica di pallottole che il 16 marzo del 1978 a via Fani ha spezzato le vite di cinque persone. Sono gli agenti della scorta di Aldo Moro. Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, due carabinieri e tre poliziotti. A loro è dedicato il libro fresco di stampa “Gli eroi di via Fani” (Longanesi editore) del giornalista Filippo Boni con la prefazione di Mario Calabresi. Un racconto che accende una luce su questi uomini. Chi erano? Cosa facevano? Boni ha ricostruito le loro storie andando sui luoghi, facendosi quattromila chilometri e raccogliendo le testimonianze dei familiari.

Come è stato accolto da loro?
Erano stupiti. Non si aspettavano che un uomo si mettesse in viaggio per cercare le loro vite. In questi 40 anni c’è stato un vuoto incolmabile perché i loro ricordi sono stati spazzati via dalla storia politica del nostro Paese, dalla figura di Moro. Quei 5 uomini, servitori dello Stato,  sono rimasti in secondo piano. Per molti dei familiari il tempo si è fermato, non hanno avuto un appoggio psicologico per ricostruirsi un’esistenza. Quello economico è arrivato anni dopo.

Chi sono questi cinque uomini?
Sono persone di una grande umanità. Sono figli di contadini, a parte Leonardi sono originari del centro-sud. Ho attraversato le strade e i vicoli dove sono vissuti. Ho letto le loro lettere e cartoline. Sono persone oneste, con un amore sacrale per la famiglia. In loro c’è un misto di ingenuità e umanità.

Oreste Leonardi è il più grande della scorta, ha quasi cinquant’anni. È l’ombra di Moro. Lascia una moglie e due figli, Sandro e Cinzia
È un uomo di grandi qualità. Negli anni in cui Moro è ministro degli esteri viaggia molto, ma, nello stesso tempo, non fa mancare il suo affetto alla famiglia. Ha un fisico statuario, è uno sportivo. Con sé porta sempre un portafoglio, regalo dei figli. Lo tiene nella tasca interna della giacca vicino al cuore. La pallottola lo buca e entra nel cuore di Leonardi. E quel buco oggi è un vuoto incolmabile.I figli hanno vissuto molto all’estero e Cinzia è morta giovane di cancro.

Anche Domenico Ricci lascia una moglie e due figli
È un uomo brillante, ama  la sua famiglia e conduce  una vita semplice. Per lui è un onore fare la scorta a Moro. La mattina la sveglia è alle quattro, poi una bacio alla moglie e le carezze ai figli. La sera rientra tardi ma come può dedica del tempo alla famiglia.

Mentre i tre poliziotti rimasti uccisi sono più giovani: solo Francesco Zizzi ha una fidanzata, Valeria
È un ragazzo solare, pieno di vitalità, di origini pugliesi. Ama Rino Gaetano e suona la chitarra. A lui mi lega un ricordo personale. Nell’estate del 1977 mio padre si trova sull’A1 all’altezza del valico di San Donato, quando la macchina comincia a fumare. Accosta nella corsia di soccorso e si ferma Zizzi. Gli dà un passaggio fino al casello di Firenze sud, dei gettoni per chiamare a casa e una moneta da cinquanta lire. Quando mio padre sentì della strage di via Fani riconosce Zizzi e prende quella moneta che aveva conservato. Dopo molti anni me la regala e io decido di scrivere un libro su questi uomini dimenticati

Lei ha incontrato la fidanzata di Sizzi?
Sì, mi ha mostrato una valigia piena di ricordi personali, cartoline, lettere d’amore. E  un’agenda rossa, alla data del 15/03/1978 c’è scritto “affittasi mare”.  Sotto è appuntato il numero di una casa vicino al mare, a Nettuno, dove vuole andare a vivere con Valeria. Si vuole sposare.

Raffaele Iozzino, invece, è l’unico che riesce a sparare
Sì, è un tiratore scelto. Viene da Casola, in provincia di Napoli. I suoi genitori sono dei contadini. Muore mentre suo padre stava potando, con il fratello Ciro, dei tralci di Piede Colombo. Mentre taglia quei tralci suo figlio muore. E la sua croce è quella strada. Anche il suo modo di cadere, con le braccia aperte, evoca l’icona di Cristo.

Il più giovane è il molisano Giulio Rivera, anche lui di origine contadina
Un uomo forte, determinato, fiero di far parte della scorta di Moro. Vuole fare il marinaio, ma poi diventa poliziotto. È molto legato a suo fratello. Lo chiama tutti i giorni perché la moglie sta per partorire e il bambino deve  nascere in quei giorni. Non lo vedrà mai. Al piccolo viene dato il suo nome.

I familiari hanno superato il dolore?
Sono stati inghiottiti da una grande solitudine e da una montagna di dolore, che hanno cercato di superare e mettere sulle loro spalle. La rabbia e dolore hanno lasciato spazio alla voglia di ricostruire anche se la loro vita è stata segnata in modo inesorabile. Si sono chiusi in un lungo silenzio.

E dopo quarant’anni lo hanno rotto
Il racconto è un modo per superare l’odio. È come rompere una diga. Esce un mare di dolore. Compresso. Da anni. Nel raccontarmi le loro storie c’è stata una sorta di catarsi, di rinascita. E in questa condivisione una catarsi civile

Come sono stati i rapporti con i terroristi?
Non tutti hanno voluto incontrarli.

Che Italia è quella del rapimento di Moro?
Un Paese segnato da grandi disuguaglianze. Soprattutto tra nord e sud, campagna e città. È un’Italia figlia del ’68, delle rivolte sociali. Oggi, per alcuni aspetti, è un Paese migliore che ha beneficiato di grandi riforme.

E per altri aspetti?
Oggi in Italia è peggiorata la nostra cultura umana. In questo senso il nostro Paese è arretrato. La tecnologia ci ha distrutto. Non socializziamo più. Non parliamo, non ci guardiamo in faccia. Abbiamo perso l’umanità e la sacralità della famiglia, che avevano questi uomini.

16 marzo 2018