Fosse Ardeatine, don Pappagallo e l’ultima benedizione

Ritratto dell’unico prete trucidato nelle cave di pozzolana sull’Ardeatina. Lo storico Augusto D’Angelo: «Nelle vittime c’è uno spaccato di Roma che voleva preservare degli spazi di umanità»

«C’è uno spaccato di Roma, nelle vittime delle Fosse Ardeatine, che ha pagato la violenza nazista nel tentativo di preservare degli spazi di umanità nella Capitale». Ci sono intellettuali e operai, straccivendoli e generali, artigiani e commercianti. Tra di loro un prete, «che come altri, nel momento dell’occupazione, ha deciso di mettersi in gioco per difendere strenuamente la vita». Augusto D’Angelo, docente di Storia contemporanea alla Sapienza, ricorda così il sacrificio di don Pietro Pappagallo, unico sacerdote ucciso nelle cave di pozzolana della via Ardeatina. La sua figura, assieme a quella di don Giuseppe Morosini, ha dato spunto a Roberto Rossellini per il suo film Roma città aperta, nel quale il ruolo del sacerdote è interpretato da Aldo Fabrizi. «Quando arriva a Roma, nel 1925, è già prete da dieci anni. Dopo la Puglia (era originario di Terlizzi, in provincia di Bari) il servizio pastorale lo porta in Calabria, a Catanzaro, e poi nell’Urbe». La sua ordinazione sacerdotale avviene a poche settimane dall’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale.

A Roma, nel 1928 viene nominato viceparroco della basilica di San Giovanni in Laterano, con lo specifico compito di amministrare il battesimo a San Giovanni in Fonte. «Abitava in via Urbana, a pochi passi dalle suore di Namur», quando sei uomini armati lo arrestano per portarlo nel carcere di via Tasso. Don Pietro procurava ai fuggiaschi dei salvacondotti per attraversare le linee a Sud, proteggeva i perseguitati e tanti ebrei che fece nascondere nel convento vicino a casa. «A denunciarlo – racconta D’Angelo – fu Gino Crescentini. Dopo l’8 settembre, da disertore, fu aiutato da alcuni religiosi a nascondersi nel convento dei Santi Cosma e Damiano. Nelle carte del processo si legge che «fu spinto alla delazione dall’avidità del guadagno». Intorno alle 14 del 24 marzo 1944, un maresciallo tedesco entra nella cella numero 13 del carcere di via Tasso gridando cinque nomi. Portano via anche don Pietro. Al termine del suo ultimo viaggio, in attesa della fucilazione, «si alzò un grido – racconterà un superstite -: “Padre benediteci”. Don Pietro, che era uomo robusto e vigoroso, si liberò dai lacci che gli stringevano i polsi, alzò le braccia al cielo e pregò ad alta voce, impartendo a tutti l’assoluzione».

Dietro l’occupazione di Roma «c’era un disegno di disumanizzazione – conclude D’Angelo -. L’unico modo che aveva la Chiesa per denunciarlo è stato attraverso il lavoro di tanti religiosi e sacerdoti che hanno lavorato all’apertura di spazi di accoglienza per chi fuggiva, con l’idea che fosse prioritario salvare il maggior numero di vite, a qualunque costo».

31 ottobre 2017