Giornata rifugiato, la veglia per 38mila “morti di speranza”

Nel 2018 una vittima ogni 14 migranti giunti in Europa. Impagliazzo: «Necessario un grande corridoio umanitario dalla Libia». Il cardinale Farrell: «Placare la tempesta dell’odio»

Sono più di 38mila le persone che dal 1990 ad oggi hanno perso la vita nei viaggi verso l’Europa; nel 2018 sono state 2.389 mentre in questi primi mesi del 2019, secondo i dati aggiornati al 19 giugno, 904. «Nel 2018 si è trattato di un morto ogni 14 persone che invece sono riuscite ad arrivare in Europa; oggi ne muoiono 6 al giorno: è possibile morire di speranza?». Riprendendo nella sua domanda retorica il titolo della veglia ecumenica celebrata ieri sera, giovedì 20 giugno, a Santa Maria in Trastevere, in occasione della Giornata internazionale del rifugiato, il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo ha rinnovato l’appello lanciato al governo italiano e all’Europa. «È necessario aprire un grande corridoio umanitario dalla Libia – ha detto nel portico della basilica lungo il cui perimetro campeggiavano foto di profughi – per garantire vie concrete e legali alle migrazioni. Si potrebbero così accogliere 2.500 persone in Italia in un anno, 25.000 in Europa. È possibile agire in modo proficuo se il governo davvero è disponibile. Noi come Comunità di Sant’Egidio faremo la nostra parte».

Il momento di preghiera è stato presieduto dal cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per laici, famiglia e vita, e organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con le associazioni che lavorano ogni giorno per garantire un futuro a chi arriva nel nostro Paese: Centro Astalli, Caritas Italiana, Acli, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Fondazione Migrantes, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione e Associazione Comunità Giovanni XXIII. «Siamo qui per ricordare insieme chi ha tenuto viva la speranza nel cuore, eppure non è bastato», ha detto nel suo saluto iniziale, «rivolto prima di tutto ai tanti immigrati e rifugiati presenti», il vescovo ausiliare Gianpiero Palmieri, delegato per la carità. «Pregare e fare memoria – ha continuato il presule – è l’unico modo per custodire la nostra capacità di compassione, servendo così davvero il Regno di Dio». Prima della liturgia della Parola, è stata portata all’altare in processione la croce di legno realizzata con gli assi dei barconi trovati sulla spiaggia di Lampedusa; dietro al simbolo di speranza dipinto di azzurro sono stati portati anche uno zaino, un salvagente e un giubbotto di salvataggio, seguiti, come abbracciati, dal libro del Vangelo. «I seguaci di Gesù saranno sempre stranieri in questo mondo – ha detto il cardinale Farrell nella sua omelia – perché il Signore non è venuto per stabilire un dominio ma per donarci la riconciliazione con Dio e seguirlo significa imparare a non considerare dimora stabile e acquisita nessuna condizione di vita e nessuna posizione». Non è infatti «dal dominio né dalle conquiste sociali che ci aspettiamo la felicità», ha aggiunto.

Ancora, ha osservato come «il grido di disperazione dei discepoli che temono il naufragio della barca e invocano “Salvaci, Signore, siamo perduti” sicuramente si rapporta all’angoscia dei migranti nel mare agitato dei loro viaggi, in balia di uomini indifferenti alla loro sofferenza e alla loro dignità». In alcuni casi, «Dio li ha soccorsi con i salvataggi operati da persone altruistiche e donando loro la forza per approdare ad una nuova vita – ha proseguito Farrell –, altre volte la loro vita non è stata risparmiata e sono morti nella solitudine, lontani dai loro affetti ma il Signore di sicuro si sarà reso presente e si sarà manifestato alla loro anima, portando conforto». Infine, il cardinale ha sottolineato che «la scena della tempesta ci mette di fronte alla fragilità della condizione umana, caratteristica di tutti noi che siamo fragili e bisognosi di relazioni e di cura mentre la nostra società vuole farci vivere nell’illusione dell’autosufficienza», ma l’uomo è creatura e quindi per definizione «è vulnerabile e perciò è disumana una società che non è in grado di prendersi cura degli altri». Necessario, quindi, la conclusione del porporato, «tornare a guardare l’altro con occhi umili e sinceri: affinché si plachi la tempesta dell’odio e giunga la bonaccia pacifica». Per ricordare i morti e i dispersi nel tentativo di raggiungere il continente europeo, sono state poi accese delle candele mentre venivano scanditi i nomi di molti di loro.

21 giugno 2019