Giovani e martiri in Pakistan, dove si muore anche per un bicchiere d’acqua

La preghiera per Sharon Masih, 15 anni, Akash Bashir, 18, e Sonia Bibi, 24, a Santa Maria Addolorata, con il vescovo Ambarus. «Mai tanti cristiani perseguitati come oggi»

«Vi sembrerà impossibile che qualcuno venga ucciso per un bicchiere d’acqua, eppure in Pakistan questo succede». Trema la voce di suor Riaz Anwar, giovane pakistana delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, mentre dall’ambone della parrocchia romana di Santa Maria Addolorata racconta di Sharon Masih. «Aveva 15 anni e frequentava la scuola statale a Burewala, nel Punjab – continua -. Era l’unico cristiano in una classe di ragazzi musulmani, e un gruppo di compagni aveva iniziato a picchiarlo per la sua fede». Era il 2017 e Sharon passava le notti a raccontare a sua madre le torture subite. I due genitori avevano messo da parte i soldi per farlo studiare con anni di sacrifici. «Il 30 agosto 2017 è stato massacrato a morte dai compagni, che volevano abiurasse la fede cristiana, per aver osato bere dallo stesso bicchiere di uno di loro». Proprio come stava per accadere anche ad Asia Bibi.

L’anniversario dei cinque anni dall’omicidio di Sharon Masih è stato l’occasione per la comunità parrocchiale di proporre un momento di preghiera e testimonianza sui giovani martiri del Pakistan, promosso dal Gruppo Nuovi Martiri (costituito dalle Associazioni Archè, Finestra per il Medio Oriente, parrocchia S. Innocenzo I Papa e S. Guido vescovo e dalla Comunità Missionaria di Villaregia). A presiedere la Messa, che ha preceduto l’incontro con suor Riaz e don Alfredo Tedesco, direttore del Servizio diocesano per la pastorale giovanile di Roma, è stato il vescovo ausiliare con delega alla carità Benoni Ambarus. «Non abbiamo mai avuto tanti cristiani perseguitati come in questo periodo storico – ha detto il presule nell’omelia -. In un certo senso sono contento di vivere in un mondo così, perché questo ci continua a rivelare quanto è potente la Parola». La capacità dei martiri «di vivere il Signore così intensamente – sono ancora le parole del presule –  ci stimola a riflettere sulla nostra fede».

Dopo la celebrazione eucaristica a ciascuno dei presenti è stato consegnato un ricordo del giovane Masih. C’è il suo viso sul cartoncino, sofferente e sorridente. C’è il suo viso di ragazzo. Come ragazzi erano Akash Bashir e Sonia Bibi, entrambi uccisi in odore di santità, per amore della propria fede. Akash, racconta sempre suor Riaz, aveva 18 anni, e sognava di entrare nell’esercito perché non amava studiare. Non poté fare il soldato, perché non era istruito e quindi scelse di entrare in una delle squadre di difesa che proteggevano le chiese dai terroristi durante le celebrazioni. «In Pakistan la diversità di religione conta molto e l’idea di superiorità rispetto alle minoranze, come quella cristiana, è una mentalità con cui i ragazzi crescono fin dall’infanzia». Akash, servo di Dio, è rimasto ucciso mentre fermava un kamikaze che stava per fare irruzione nella chiesa di San Giovanni a Lahore. Sonia Bibi, invece, è stata uccisa a 24 anni, a Rawalpindi, con un colpo di pistola in testa sparato dall’uomo che aveva rifiutato di sposare, per non convertirsi all’islam.

«Ma che cosa c’entrano i giovani martiri pakistani con la pastorale giovanile della diocesi di Roma?», ha domandato don Alfredo, aprendo il suo intervento. «C’entrano eccome – ha spiegato – innanzitutto perché anche loro erano dei giovani credenti, degli adolescenti verso cui sentiamo compassione forte».  Noi oggi non reputiamo i giovani «all’altezza del martirio», mentre Sharon, Akash e Sonia ci ricordano che «nella Chiesa c’è da sempre questa tradizione». Basta leggere le storie dei santi martiri romani, come santa Cecilia, Felicita, Agnese. Giovani ragazze che hanno consegnato la propria vita, spendendola senza paura. «E oggi – conclude il direttore del Servizio diocesano – molti ragazzi nelle nostre scuole vivono una sorta di “martirio bianco”, quando devono dire ai loro compagni lontani che frequentano la Chiesa». Insomma, “rischiare la vita” non è cosa da tutti, forse solo prerogativa di eroi. O meglio, forse, una forza da giovani appassionati.

2 dicembre 2022