Giuliano Sangiorgi, racconta la “rivoluzione” dei Negramaro

Intervista al leader della band salentina, in concerto nella Capitale il 26, 27 e 29 novembre al Palalottomatica: uno show al servizio delle canzoni

Intervista al leader della band salentina, in concerto nella Capitale il 26, 27 e 29 novembre al Palalottomatica: uno show al servizio delle canzoni

Parlare di “rivoluzione” in questi giorni, su queste pagine, sembra quasi una stonatura. Ma quella che “sta arrivando” dei Negramaro, parla di vita, di crescita, di valori da recuperare ed è una piacevole prospettiva: la possibilità di ascoltare dal vivo il nuovo album dei Negramaro, pubblicato lo scorso settembre, che vale la pena conoscere anche per valorizzare la notevole capacità cantautorale del leader Giuliano Sangiorgi, qui con i suoi picchi più spirituali. La più importante rock band italiana attualmente in circolazione – ora in tour, partito il 6 novembre da Firenze, che farà tappa a Roma il 26 novembre al Palalottomatica -, si dimostra, ancora una volta, capace di emozionare attraverso musica e parole, raccontando situazioni e stati d’animo mia banali, anzi, con una ricchezza che difficilmente si riscontra in altri cantautori contemporanei.

Se è vero che gran parte del merito è del front man Sangiorgi, è vero anche che in questo album la band è protagonista con ottimi suoni: tante chitarre, molti brani registrati in presa diretta, ritmi mai ripetitivi. E che sia un album molto rappresentativo del sestetto salentino, lo dimostra anche il fatto che è il primo album, dopo 10 anni, senza duetti. Cinque anni dopo l’ultimo multiplatino “Casa 69”, e un lunga esperienza internazionale che ha portato la band a viaggiare e registrare tra New York, Nashville, Londra, Madrid e la loro terra d’origine- musa, la Puglia, ecco “La rivoluzione sta arrivando”, in cui tra note rock, tipiche delle origini (che risalgono al 2001) e influenze blues d’oltreoceano, si parla di vita, di morte, di anima, di santi e di miracoli.

Mentre tutti i fans cantano i primi due singoli estratti, “Sei tu la mia città” e “Attenta”, conquista la filastrocca rock “Il posto dei Santi” (Ho sentito il rumore del cielo, diventare ogni giorno più grande… ….Ho chiamato per nome coi santi troppo comodi troppo distanti, li ho convinti ad avere paura di quelli che giocano a fare i potenti), commuove “Lo sai da qui”, rivolta al papà di Giuliano, scomparso nel 2013 (Ti mostrerò com’è speciale il mondo anche se fa male / non è quel posto da lasciare è ancora presto per partire / ti parlerò di chi è speciale / quant’è noioso saper volare / è più difficile restare coi piedi a terra e non morire). E, ancora, sulla scia spirituale dell’album, sicuramente scaturita dalla perdita affettiva del leader, fanno riflettere “Onde”, con la metafora del mare che rappresenta la vita, “Se io ti tengo qui”, che parla di anima a ritmo rock (Prendi l’anima custodiscila in un posto che tu sai, nell’anima si calma il vento e tutto torna in un momento
ad occupare il posto giusto si placa in fondo ogni tormento) e “Ma quale miracolo” (Ora non so se credere / e mi sembra di essere diverso da un meccanismo così guasto … è solo sangue e tanta voglia di resistere oltre al miracolo ma quale miracolo?).

Allora forse, la rivoluzione è intanto nel portare temi forti nelle canzoni “leggere”: una scelta spontanea, scaturita dalla consapevolezza di «essere cresciuti», come ci conferma in esclusiva Giuliano Sangiorgi, leader della band salentina, tra gli autori più apprezzati anche dai colleghi.

«Lo scenario sta cambiando, si disegna un nuovo sfondo»: rilette oggi queste parole potrebbero assumere un significato drammaticamente attuale.
Ne “La rivoluzione sta arrivando” parliamo, è vero, di nuovi equilibri, ma quelli cui ci riferiamo, e di cui ci sarebbe bisogno, sono quelli in cui l’uomo torna ad essere centralissimo in tutte le questioni. Mettiamo la vita umana al centro di ogni cosa. Questo è un disco che esalta la vita in tutte le sue accezioni. Se tutti considerassimo la vita come la cosa più importante al mondo, tutti i settori ne sarebbero inevitabilmente influenzati in bene. La vita è un valore assoluto, sempre. Non è che ci sono morti che valgono più di altri. Penso a chi ha perso la vita a Parigi, ma anche a quelli che l’hanno persa in Siria, a chi continua a scappare dagli orrori dell’Isis, ai civili che stanno subendo bombardamenti. In nessuna guerra c’è mai qualcosa di buono. Dobbiamo avere rispetto per tutti. Si tende invece a generalizzare, a fare confusione. Ma questo accade perché non si mette la vita come valore assoluto al centro, perché non c’è l’uomo, ma una bandiera, una religione. Penso che la vita sia come una materia prima che non possiamo permetterci di perdere o di sprecare. Nel disco volevamo raccontare i cambiamenti che ci sono stati dentro di noi e che ci hanno permesso di guardare noi per primi le cose in modo diverso. Non è buonismo, ma la consapevolezza di essere cresciuti.

 Il dolore per un fatto privato, condiviso con la band, diventa pubblico attraverso le canzoni: sintesi più facile a dirsi che a farsi.
Tutti, prima o poi, veniamo toccati dalla morte. Io ho perso mio padre, ma anche Andrea (De Rocco), il tastierista ha avuto un lutto in famiglia. È la vita, la morte fa parte della vita, non è un tabù. Come non lo è la parola “rivoluzione”, che fa parte di un processo naturale nella storia dell’uomo. Rivoluzionaria anche l’arte, un bel disco o un bel libro. Stiamo crescendo e abbiamo il dovere di vivere per quelli che non ci sono più. Se impariamo ad accettare la morte, a parlarne in maniera serena, possiamo vedere la vita in modo diverso. A noi è successo, ecco perché questo è un disco pieno di sole, un vaccino naturale che fortifica.

Stiamo parlando di morte, di vita. Nei testi di queste canzoni ricorre la parola miracoli, ci sono i santi, Tu in cosa credi?
Con la morte di mio padre, ho capito che il suo spirito è rimasto in me, mi sono reso conto di quanto gli assomiglio. È proprio come una radice che non vedi, che dimentichi, ma c’è, fa parte di te, anzi, quella radice sei tu. La musica in questo percorso mi ha aiutato a capire queste cose, anzi, mi ha salvato.

Questo album vi rappresenta molto, ma qual è il collante dei Negramaro?
Forse non chiedersi quale sia. Stare insieme, per noi, è fisiologico, ci vogliamo bene. Potremmo smettere di fare musica, ma resteremmo fratelli. Come nella canzone “L’amore qui non passa”, la prima del nuovo album che abbiamo registrato in studio, con lo stesso spirito di quando registravamo nella nostra stanza 3×3.

Cosa state preparando per questi live?
Abbiamo pensato a uno show al servizio delle canzoni e non viceversa. Il concerto si apre con una proiezione su un gigantesco telo cinematografico che copre il palco con mapping in 3d, avatar, le illustrazioni firmate dal bassista Ermanno Carlà, ed effetti speciali vari. E poi ci sono le nostre canzoni, quelle nuove e quelle vecchie (in scaletta, tra le altre, “Meraviglioso”, “Nuvole e lenzuola”, “Un passo indietro”), con un medley pazzesco al bis, sulle note di “Solo 3 minuti”, “Estate” e “L’immenso”, ma anche “Mentre tutto scorre” e “La finestra”. Brani che sono la nostra storia e che hanno fatto crescere noi e il pubblico che ci segue da quasi quindici anni.

19 novembre 2015