Gli anni di piombo raccontati dai protagonisti

Alla presentazione del libro di Picariello, le voci di un giovane cattolico dell’epoca, di uno studente di Moro e di un collaboratore di giustizia

Un giovane cattolico degli anni di piombo, uno studente di Moro e un collaboratore di giustizia. Insieme per raccontare quegli anni, ciascuno a partire dalle sue esperienze, scelte, responsabilità individuarne cause e condividere un riscatto possibile, festeggiare un’amicizia ritrovata per guardare al futuro con nuova speranza. L’occasione: la presentazione, nei giorni scorsi, a Ostia, del libro di Angelo Picariello “Un’azalea in via Fani”, ospitata dalla parrocchia di San Nicola di Bari: storie interiori di persone segnate per sempre da quegli eventi, che hanno ripreso un cammino di revisione personale, riscatto e riconciliazione.

«Da studente, al liceo Francesco d’Assisi e poi nella squadra di pallamano a Centocelle, sono cresciuto tra i futuri brigatisti», ha raccontato Marino Tedeschi. Una provvidenziale bocciatura lo porta a cambiare ambiente: frequenta la parrocchia e la realtà di Gioventù studentesca di Comunione e Liberazione. «Le esperienze di servizio, quelle caritative, come quella con i baraccati dell’Acquedotto Alessandrino, mi hanno permesso di assaporare l’idea di un cambiamento possibile, che nasce dall’interno e rifiuta la violenza. Sono stato abbracciato dallo sguardo di Gesù. Capito questo, con il sostegno di una compagnia di amici, ho continuato a camminare in questa direzione». Ma a tanti giovani, anche cattolici, questo non è bastato. «A imperare era il tutto e subito – ha aggiunto Tedeschi -: capovolgere il mondo e fare giustizia, anche con violenza. A loro mancava qualcosa nel cuore. I giovani di oggi non hanno sogni, desideri, speranze perché nessuno li ha educati a questo. Sono ragazzi che hanno bisogno che qualcuno li guardi da innamorati».

Un provvidenziale imprevisto emerge anche nella storia del collaboratore di giustizia presente. «Sono entrato in contatto con il disagio a 14 anni – racconta -. Le povertà, gli sgomberi, gli scontri. La dinamica di gruppo è una potenza emozionale magnetica. Pensiamo agli stadi. Ha coinvolto tutti, depersonalizzando. Così mi sono trovato in questo turbine. Poi però è arrivato uno schiaffo dietro la nuca. Mi sono fermato e in me è scattata una molla. Sono divenuto parte dello Stato, lavorando con i Carabinieri del vecchio nucleo del generale Dalla Chiesa. Con questi ragazzi, ci siamo guardati negli occhi, abbiamo cenato insieme. In quella mensa ho avvertito una presenza speciale, la presenza del Signore. Era una mensa pacificata». Un’esperienza umana e cristiana: «Rischiavamo insieme la vita ogni giorno – ricorda -. Accanto a noi c’era la Chiesa, da padre Adolfo Bachelet a suor Teresilla», al secolo Chiara Barillà,  tessitori di dialogo tra detenuti e vittime.

È Nicodemo Oliverio – in parlamento fino al 2018 – a offrire un focus sugli uomini delle istituzioni. Due in particolare: Aldo Moro, di cui era studente alla Sapienza, «tollerante con gli intolleranti, attento a ogni suo allie­vo, capace di delicatezze impensabili. A questa sua testimonianza devo il mio successivo impegno politico». E Mariano Romiti, il poliziotto con il rosario che animava la liturgia domenicale e serviva alla mensa gli studenti fuori sede. «Una mitezza straordinaria. Era, 40 anni fa, il poliziotto di quartiere».

1° ottobre 2020