Gli studenti: «La scuola siamo noi»

La protesta dei giovani davanti al liceo Albertelli, tra rinvii del ritorno in classe e carenze nei trasporti. Contestazioni sul prolungamento dell’orario fino alle 16

In pochi ieri, 11 gennaio, hanno risposto all’appello dei docenti pronti per una nuova lezione a distanza. In tanti erano davanti ai propri istituti, al ministero dell’Istruzione in viale Trastevere, alla prefettura o in Campidoglio per manifestare contro il nuovo rinvio dell’apertura della scuola che nel Lazio è previsto per lunedì 18 gennaio. Ma tra i ragazzi serpeggia il dubbio «che quest’anno si continuerà con la didattica a distanza fino a giugno». Disposti ordinatamente, mascherine correttamente indossate sul volto, attenti a mantenere la distanza minima di un metro, anche gli studenti del liceo classico “Pilo Albertelli”, a due passi dalla stazione Termini, si sono dati appuntamento alle 9 davanti all’ingresso di via Daniele Manin perché «stufi» degli annunci e dei continui rinvii sul ritorno in classe e preoccupati dalla mancanza di un «serio ed efficiente» piano trasporti. «La scuola siamo noi», hanno ribadito scandendo lo slogan scritto su uno striscione e affisso al muro dell’istituto. In tanti si sono alternati al microfono per esprimere «la noia di vedere i professori solo attraverso un monitor da oltre due mesi» e che venga loro restituito «il diritto di socializzare con i compagni». Vogliono tornare in aula «in sicurezza e senza avere paura». “No valutazione. Sì istruzione”, “Studenti, docenti. Né servi né clienti” recitavano alcuni cartelloni.

Sabrina, 16 anni, si è domandata perché può andare tranquillamente in un centro commerciale o a prendere un caffè al bar ma non può tornare a studiare sui banchi di scuola. Eleonora, 17 anni, è scesa in piazza per chiedere «al governo che si dia una mossa perché per la scuola fino a questo momento non è stato fatto nulla». Per la ragazza gli studenti «non sono stati salvaguardati né dal punto di vista didattico né da quello sanitario». Quando a settembre le scuole hanno riaperto dopo sei mesi di stop forzato dovuto alla pandemia, per Eleonora «non erano stati presi gli opportuni accorgimenti e questo si è rivelato dannoso tanto per gli studenti quanto per le famiglie», costringendo i ragazzi a «chiudersi un’altra volta in casa davanti a un computer».

Gli studenti non negano che a marzo, quando è stato decretato il lockdown, non erano dispiaciuti di perdere qualche giorno di lezione. «Inizialmente pensavamo che avremmo saltato due settimane di scuola – afferma Francesca, 16 anni -, era una vacanza. Dopo tutti questi mesi ci siamo resi però conto di quanto sia importante frequentare la scuola. Stare sempre chiusi in casa con le famiglie non è sano». L’età adolescenziale, è noto, è quella più delicata e Francesca avverte che si sta «perdendo gli anni più belli». Racconta di vivere «momenti bui» senza la possibilità di confrontarsi con i coetanei e così «i problemi si amplificano». L’emergenza sanitaria «ha messo a nudo i problemi che la scuola si trascina da oltre 20 anni», interviene Giacomo, 15 anni. La scuola è il motore della cultura e della formazione, il luogo «che dovrebbe istruire i cittadini del domani – prosegue lo studente -. Invece i continui tagli e le innumerevoli riforme hanno distrutto la scuola». Per Daniele le istituzioni «hanno avuto mesi per trovare spazi e fondi per permettere agli alunni e ai docenti di tornare in classe tranquillamente, la verità è che la scuola non viene considerata seriamente».

Altro punto fortemente contestato dagli studenti è l’orario ipotizzato per le lezioni, che si potrebbero protrarre fino alle 16. «Chi abita lontano rischierebbe di tornare a casa alle 18 e digiuno, perché le mense non ci sono. Come si può pensare che poi si metta sui libri a studiare?» si domanda Marco.

12 gennaio 2021