I bambini del Sudan, costretti a lavorare e saltare i pasti

La denuncia di Save the Children: 50mila piccoli in più in malnutrizione acuta. Le richieste a governo e comunità internazionale: protezione sociale

Lavorano per mantenere la famiglia. E spesso sono costretti a saltare i pasti. I bambini, in Sudan, pagano sulla loro pelle il prezzo di una crisi economica e umanitaria che peggiora di giorno in giorno. «Si stima che la situazione sia destinata ad aggravarsi ulteriormente nel 2022, quando saranno 14,3 milioni le persone che avranno bisogno di assistenza umanitaria. Il numero più alto in 10 anni», denunciano da Save the Children. Una cifra che «segna un aumento di 800mila persone rispetto al 2021 e che corrisponde al 30% della popolazione del Paese». In aumento anche la malnutrizione acuta, che colpisce 50mila bambini in più rispetto al 2020.

Tra le tante storie raccolte dagli operatori di Save the Children, c’è quella di Monstaser, 14 anni, che vende dolci ogni giorno al mercato, a volte rimanendo fuori casa fino a tardi la sera. Tutto il suo guadagno – l’equivalente di 2 o 3 dollari – lo dà a sua madre Ihasan per contribuire a sfamare la loro famiglia. «Ogni giorno, dopo la scuola, vado al mercato a vendere dolci. A volte sono molto stanco. Torno a casa alle 22 dopo il lavoro – riferisce -. Mia madre deve svegliarmi la mattina. Non ho tempo per nient’altro, solo per il lavoro e la scuola. Non gioco mai». Una situazione, la sua, che «incarna le tante difficoltà che devono affrontare i bambini in Sudan, dove le tensioni economiche e politiche hanno causato un aumento dei livelli di fame e di grave malnutrizione acuta», osservano dall’organizzazione internazionale.

Montaser e la sua famiglia, la madre Ihasan, il fratello Moayad (12 anni), le sorelle Arig (6 anni) e Ibtihaj (25 anni), e i tre figli di Ibtihaj, vivono a Khartoum, dove si si sono trasferiti 23 anni fa in cerca di una vita migliore e per cercare di avere accesso all’assistenza sanitaria. Ma le loro vite si sono complicate da quando il padre di Montaser, è morto sette anni fa, anche a motivo della crisi finanziaria che ha provocato una brusco aumento dell’inflazione, attualmente a uno dei livelli più alti al mondo. «Dopo la morte di mio marito, ho svolto diversi lavori – racconta Ihasan -: vendevo tè, a volte lavoravo come donna delle pulizie in ristoranti o aziende. Stavo ancora ricevendo delle cure mediche e per molti giorni sono dovuta andare in ospedale. Le aziende mi hanno licenziato perché ho perso troppi giorni al lavoro».

Oggi Ihasan e sua figlia Ibtihaj cercano di prendere tutti i lavori occasionali che trovano, per portare in tavola qualcosa per i loro figli. Cosa che spesso avviene solo una volta al giorno. Caffè e tè sono ormai un lusso lontano e Ihasan non può permettersi di spendere soldi per altre cose essenziali, come le riparazioni in casa, i vestiti o cose delle quali i suoi figli hanno bisogno per la scuola. «La cosa più importante per me – afferma – è riuscire a sfamare i miei figli e far sì che possano continuar ad andare a scuola. Spesso facciamo un solo pasto al giorno, pranzo o cena, a seconda di come è andata la giornata. Ce la stiamo cavando a malapena». Montaser e suo fratello minore Moayad ricevono pasti a scuola come parte di un programma sostenuto da Save the Children in collaborazione con il Programma alimentare mondiale. Il pasto consente loro di frequentare la scuola durante la mattinata invece di lavorare tutto il giorno e li aiuta a concentrarsi sull’apprendimento. «Il programma di alimentazione scolastica è molto utile per i miei due fratelli – commenta Ibtihaj -. L’impatto dell’aumento dei prezzi negli ultimi due anni è molto pesante. Compriamo sempre meno cose, mentre altre sono inaccessibili per noi, come il tè o il caffè; abbiamo anche ridotto la quantità di zucchero. Resistiamo perché compriamo solo le cose più economiche e ormai facciamo anche fatica a comprare carbone, perché è costoso».

Guardando al futuro, la situazione non appare incoraggiante. «Nel prossimo anno quasi 10 milioni di persone in Sudan saranno costrette ad affrontare una battaglia quotidiana per avere cibo a sufficienza, di questi più di 5 milioni sono bambini. Non è possibile accettare questa situazione – dichiara Arshad Malik, Direttore di Save the Children in Sudan -. Famiglie come quella di Montaser hanno bisogno di maggiori e migliori programmi di protezione sociale per portare il cibo in tavola, un’istruzione di qualità e un lavoro sicuro e appagante per i genitori». Di qui la richiesta al governo del Sudan di «maggiori programmi di protezione sociale per aiutare le famiglie vulnerabili a riprendersi nel nuovo anno» e alla comunità internazionale di «fornire il sostegno finanziario per avviarli. È inoltre urgente attivare con urgenza gli interventi per i più vulnerabili – aggiunge Malik – come il programma di sostegno alle famiglie attualmente sospeso».

Al momento, Save the Children collabora con il Programma alimentare mondiale (Wfp) e il governo del Sudan per fornire pasti scolastici ai bambini di tutto il Paese. In più, gestisce programmi umanitari e di sviluppo in 10 dei 18 Stati sudanesi, sviluppando interventi nei settori dell’istruzione, della protezione dell’infanzia, della governance dei diritti dell’infanzia, della salute, della nutrizione, dell’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari e dei rifugi. Per sostenere l’impegno dell’organizzazione in Sudan e negli altri contesti di emergenza è possibile consultare la pagina web dedicata.

22 dicembre 2021