I colloqui a scuola e il Natale, le immagini di un pomeriggio

Una madre e il suo bambino in braccio, un padre attento e premuroso, una coppia nella tormenta, un sorriso che fiorisce per tutto il mondo

C’è un momento dell’anno scolastico in cui, per qualche ora, la scuola e le famiglie si intrecciano, il pubblico entra nel privato, la classe si confonde con la casa. È il momento dei colloqui pomeridiani, il momento in cui si parla dei voti e dell’attenzione, ma si intuiscono le esistenze, i percorsi, quello che resta fuori dall’aula, i mondi che per pochi minuti vengono portati dentro. Anche io, questa settimana e per un pomeriggio, ho ascoltato e ho parlato: qualcosa ho dimenticato, molto ho trattenuto, tanto ho conservato.

Il volto della giovane mamma con il bambino di pochi mesi in braccio. Un italiano ancora stentato per salutare il professore e sentirsi dire che il suo figlio maggiore, dopo tre mesi del primo anno, è già il migliore della classe. Sì, suo figlio, di lei e di suo marito che fa il muratore, suo figlio che già legge il greco e il latino, suo figlio che nelle stesse ore volerà alto sulle parole inutili di una dirigente di Messina, suo figlio che arrossirà ogni volta che sentirà dirsi bravo, quasi fosse un privilegio inaspettato.

 Il racconto di un padre attento e di sua figlia battagliera. Di quella figlia silenziosa che fatica in classe, tesa, rabbiosa quando non riesce a parlare, delle lacrime che solo a casa sa mostrare. Di lei e dei tanti ragazzi che hanno sempre lottato per capire, e l’hanno fatto fino al momento di poterlo fare. Dei ragazzi e le ragazze, e sono tanti, che studiano come noi non abbiamo mai fatto, i ragazzi e le ragazze che non rifiutano la salita e la fatica, la via lunga, l’attraversata verso un futuro da noi azzoppato ma che loro si prenderanno.

Le parole di una coppia e la loro battaglia improvvisa. Di me che gli parlo di una flessione e di rendimento, di verifiche e orali assenti, del perché e cosa è successo, che loro figlio non sembra più lo stesso. Di loro e di quel dire pudico e dignitoso, del racconto di un responso, di un consulto come grandine a primavera, un domani che si fa nebbia, l’ospedale e il giorno qualunque: «Lo accompagniamo a scuola e poi andiamo io e mio marito al centro per la terapia, nostro figlio non l’ha accettato».

Il sorriso di una ragazza, di suo padre e di sua madre seduti davanti a me. «Sono contento davvero di quanto sei cresciuta, ricordi l’anno scorso non riuscivi ad aprire bocca? Ecco, avreste dovuta vederla mercoledì che orale che ha fatto. Non bisogna mollare, mai. Vai avanti così, sono contento di te». E suo padre che arrossisce ed è lì che si gratta la testa, e sua madre con la borsa in braccio: «Perché sa, non è facile seguire questi figli, ma la scuola ci ha aiutato tanto». E la ragazza che mi guarda, e la ragazza che mi ride.

C’è un momento dell’anno scolastico in cui, finito l’ultimo colloquio, resto solo sulla cattedra e penso alla vita che è passata, a tutta quella che ho incontrato. Anche quest’anno sono uscito dalla scuola che era buio, il piazzale s’era svuotato, da lontano ho visto le luci del Natale. «Non l’ho mai vissuto bene», mi sono detto, ma poi ho guardato verso la scuola, perché anche io avevo appena visto: una madre e il suo bambino in braccio, un padre attento e premuroso, una coppia nella tormenta, un sorriso che fiorisce per tutto il mondo.

18 dicembre 2019