«I fannulloni nella valle fertile», la tragica comicità di Cossery

Lo scrittore egiziano passò la vita a Parigi, nel Quartiere latino. Conobbe i letterati più importanti della sua epoca, da Camus a Miller. Il suo romanzo paragonabile a quelli di Goncarov

Dieci anni fa moriva Albert Cossery, uno dei più grandi scrittori egiziani del Novecento. Figura eccentrica, difficilmente incasellabile: gli si può accostare soltanto Nagib Mahfuz, quasi suo coetaneo. Mentre quest’ultimo abitò sempre al Cairo, Cossery passò la vita a Parigi, nel Quartiere latino dove presto diventò una leggenda: alloggiava nell’hotel La Louisiane, in Rue de Seine, senza avere un’occupazione fissa, contando solo su una piccola rendita. Conobbe i letterati più importanti della sua epoca: da Albert Camus a Henry Miller, che lo prese in simpatia e lo aiutò a farsi conoscere negli Stati Uniti. Compose opere in lingua francese, anche se nel cuore e nella mente restò arabo, tanto è vero che i contenuti tematici non si staccarono mai dai ricordi della giovinezza trascorsa nella residenza dei genitori, ricchi proprietari di origine greca.

Per ricordarne la figura possiamo leggere “I fannulloni nella valle fertile” (Einaudi, pp. 185, a cura di Giuseppe A. Samonà, 18,50 euro): un capolavoro di tragica comicità paragonabile ai romanzi di Goncarov, oppure a certi inni all’indolenza come “Pian della Tortilla” di John Steinbeck. In una casa alla periferia del Cairo sono di scena un padre e tre fratelli, tutti sprofondati nell’inedia e nel sonno: una condizione letargica che assume subito, agli occhi del lettore, un valore simbolico. Nessuno lavora. E guai a chi tenta di farlo! Hafez, l’indimenticabile patriarca, dopo la scomparsa della moglie, se ne sta chiuso all’ultimo piano del palazzo decaduto osservando sgomento una gigantesca ernia che gli cresce fra le gambe senza che lui possa far niente per impedirlo.

L’idea di risposarsi assomiglierebbe
a un’invenzione bislacca ma l’anziano decrepito, dopo aver chiamato un’incredibile mezzana, la istruisce e dimostra di fare sul serio suscitando lo scompiglio nella sconclusionata combriccola. Si sente in questo personaggio la presenza fantasmatica del vecchio Fedor dei “Fratelli Karamazov”: nella sua solitudine estrema si consuma, come una vampa di calore, l’ultima energia della vita. Perfino lo zio Mustafà, che si è stabilito in una stanza di fronte a lui come un parassita, si preoccupa: cosa succederà se nella casa entrerà una donna? Galal, il primogenito, dorme dalla mattina alla sera: irrecuperabile, anche quando il padre lo chiama per chiedergli consigli, non offre soluzioni. Ci fu un tempo in cui Rafik, secondogenito, cercò di superare l’inerzia innamorandosi d’Imtissal, giovane prostituta: fu un’avventura straordinaria ma poi anche quella storia andò a finir male.

La ragazza restò segnata per sempre. L’unico pronto a sottrarsi all’incantesimo che regna sovrano sembra Serag, il più giovane che, sin dal prino capitolo, pare affascinato di fronte a un ragazzino vagabondo incontrato per caso e a un certo punto decide di vendere i volumi presenti in casa per realizzare il suo proposito di fuga. Ma chissà se anche lui, quando finalmente trova la forza di lasciarsi alle spalle il torpore insieme a Hoda, la piccola cameriera trattata da tutti quasi come una schiava, riuscirà davvero a realizzare il suo sogno. Cossey lascia intendere che forse, spaventato dalle prime difficoltà, tornerà indietro, paralizzato dall’inettitudine: «Poi si strinsero l’uno contro l’altra e si addormentarono, indifferenti alle forsennate fatiche degli uomini, sotto il lento sguardo delle stelle oziose».

 

12 marzo 2018