“I fratelli Sisters”, con Audiard si ritorna all’eterno mito del western

Il West, declinato nei modi e nelle forme più disparate, sorprende, stupisce e accompagna verso nuovi orizzonti, spostando in avanti il confine del conosciuto

«Mi chiamo John Ford e faccio western». Così era solito presentarsi il grande regista irlandese/americano a chi gli chiedeva della sua attività. John Ford, a dire il vero, non solo ha fatto western ma addirittura ha plasmato, modificato, ha collocato il genere al centro di scenari dai quali in seguito non si sarebbe più allontanato. Il mito del Far West nasce quasi in concomitanza con la nascita del cinema, anzi nel momento del “precinema”, ossia col cinema muto, per poi svilupparsi in forme sempre più avvincenti e seguire l’evoluzione stessa della settima arte. Era finora quasi scontato che la collocazione geografico/sentimentale del western fosse quella degli Stati Uniti, con i loro spazi sconfinati. Praterie e terreni erano disponibili anche per registi non americani, che tuttavia mostravano di aver mandato bene a memoria la sintassi della messa in scena. Si ricordano, tra i tanti, Fritz Lang, Fred Zinneman, Michael Curtiz.

Ora, in un momento in cui il genere sembrava appassire e chiudersi in una dignitosa ritirata, ecco, un nuovo esempio, una prova imprevista e inaspettata: il film “I fratelli Sisters” (The Sisters Brothers), di Jacques Audiard, Leone d’ Argento per la migliore regia alla 75esima mostra del cinema di Venezia, dove è stato presentato in concorso, uscito nelle sale il 2 maggio scorso. La storia vede al centro due cacciatori di taglie all’inseguimento di un giovane cercatore di oro e si snoda lungo un viaggio dall’Oregon alla California. Lo sappiamo già, il viaggio non sarà una passeggiata, costellato da incontri anomali, incidenti, agguati,necessità di difendersi e reagire. Tra sparatorie, fango, polvere da sparo, la strada si apre e si chiude in un crescendo di sorprese, alle quali però non sono estranee improvvise riflessioni sulla vita. Eli e Charlie Sisters, i protagonisti (con un cognome che è quasi uno sciogli lingua), mentre battono pugni, sparano all’impazzata e si difendono, non possono fare a meno di notare che qualcosa intorno a loro sta cambiando.

Il vecchio West muta, si sta aprendo alla modernità, Eli e Charlie si sacrificano tra sudore, pericoli e sporcizia, e intanto prendono atto che esistono modi e strumenti che permettono di vivere più agevolmente, e meglio. Ci sono i barbieri, ci sono i bagni, e c’è anche una casa, luogo dove si può tornare, per riposare, stare tranquilli e fare un po’ di improvvisata conversazione. Nella casa c’è magari anche la mamma, che è qualcosa di nuovo per i fratelli ma può anche rivelarsi una fonte di arricchimento. Insomma il West, declinato nei modi e nelle forme più disparate, sorprende, stupisce e accompagna verso nuovi orizzonti, spostando in avanti il confine del conosciuto.

Qui bisogna ricordare che nei panni dei due cacciatori di taglie ci sono John C. Reilly (Eli) e Joaquin Phoenix (Charlie), con prestazioni attoriali di insolita robustezza e di forti chiaroscuri: sempre in bilico tra vita e morte, pronti a scherzare con i rischi e pregiudizi di una quotidianità dai tratti estremi e ultimativi. Forse questi inattesi risvolti narrativi sono anche da attribuire alla regia del francese Jacques Audiard, molto noto sia in patria sia negli altri Paesi europei, per titoli quali Il profeta, Un sapore di ruggine e ossa, Dheepan, Palma d’Oro a Cannes 2015. Una grande regia e la conferma che il western, se vuole, non muore mai.

13 maggio 2019