I problemi? «Si risolvono con la pace». La lezione dei liceali romani

Secondo un’indagine condotta dal movimento giovanile di Sant’Egidio emerge che il 70% dei ragazzi intervistati su 15 licei romani fa volontariato o aspetta di poterlo fare

Ai giovani delle scuole superiori romane preoccupano «moltissimo» le guerre nel mondo. E, secondo loro, «la diffusione delle armi non è una soluzione alla violenza». Credono che il loro impegno possa essere «determinante» per sconfiggere le «grandi ingiustizie sociali». Sono gli esiti dell’indagine “La pace è giovane” condotta da Giovani per la pace, il movimento giovanile della Comunità di Sant’Egidio, attraverso 2.500 questionari somministrati da centinaia di studenti nelle scuole della Capitale. Le loro voci sono risuonate forte nel pomeriggio di venerdì 4 maggio all’istituto tecnico Galilei, dove si sono riuniti per lanciare l’impegno per il contrasto alla diffusione delle armi sulla scia del “March for Our Lives”, i grandi raduni che si sono verificati negli Stati Uniti per protestare contro la sparatoria di Parkland che, nel febbraio scorso, provocò la morte di 17 persone dentro una scuola.

Oltre cinquecento studenti in rappresentanza di una quindicina di istituti assieme ai ragazzi impegnati nell’alternanza scuola-lavoro con la Comunità di Sant’Egidio hanno lanciato un messaggio chiaro: «La violenza oggi non dà un risultato positivo». «Noi giovani siamo una forza attiva che vuole testimoniare che i problemi si risolvono con la pace», afferma Laura, 23 anni, studentessa di Psicologia all’Università Pontificia Salesiana. Rebecca, 16 anni, frequenta il liceo Virgilio e sostiene che «la pace si può cominciare a costruire nella quotidianità avendo attenzione per i poveri e per gli anziani, per le persone che restano indietro». Dal questionario emerge un altro dato: anche i ragazzi che non fanno volontariato vorrebbero farlo. «Non è vero che siamo giovani che non vogliono fare niente, bamboccioni, e che non ci informiamo», ribadiscono.

Il 70% dei ragazzi intervistati fanno volontariato o aspettano qualcuno che glielo proponga. «Il nostro impegno è concreto», aggiungono. Le esperienze di volontariato presentate sono quelle di Ludovica, che frequenta il liceo Augusto e si è impegnata in un centro per anziani nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro. «La nostra presenza per loro è il momento clou della settimana. Ci chiamano “angeli” e ci ringraziano anche per le piccole cose e per la pazienza». Manfredi, altro liceale del Tasso, fa servizio in una casa di riposo ai Parioli e presenta il ricordo di Maria, donna sulla sedia a rotelle con il suo cane di pezza sotto braccio, simbolo della sua solitudine. «Vogliamo imparare da loro e dire quello che sappiamo. Vogliamo realizzare un’alleanza con gli anziani per costruire un mondo di pace».

Dopo le note delle canzoni dei Modem 25, band giovanile che ha proposto testi su temi come violenza, guerra e razzismo, le parole di chi la guerra l’ha vista e vissuta: in Italia e in Siria. Americo Pierantoni, 94 anni, viveva a San Lorenzo nei giorni del bombardamento che rase al suolo il quartiere durante la seconda guerra mondiale. Li ricorda come «giorni duri» che «crearono disperazione nelle famiglie», la «perdita di persone care». È fuggito dalla Siria, invece, Majid, 17 anni, giunto in Italia con Papa Francesco dall’isola greca di Lesbo. Lì era approdato con i suoi genitori, il fratello maggiore Rashid e la sorellina Kudus, che oggi sono al suo fianco. «Siamo scappati dalla città in cui vivevamo, Deir ez-Zor nella Siria Occidentale, il 28 febbraio 2015, e ci siamo recati ad Aleppo, poi in Turchia a Urfa per due mesi, poi di nuovo in Siria, infine in Turchia per attraversare il Mediterraneo fino in Grecia su un gommone. Siamo rimasti cinquanta giorni in Grecia in un campo profughi. Poi la grande notizia: il Papa ci avrebbe portati con sé in Italia, per ricominciare a vivere una vita più serena». Oggi per Majid «il male piano piano sta andando via giorno dopo giorno, perché i ragazzi mi dimostrano che la pace esiste ancora».

«Il messaggio che emerge è che i giovani hanno un grande desiderio di pace – sostiene Stefano Orlando, coordinatore delle attività giovanili di Sant’Egidio -. Credono che sia possibile cambiare le cose e si impegnano nelle “periferi” esistenziali a loro più vicine, dall’assistenza degli anziani alla cura dei poveri, per riuscire a concretizzare questa loro mission». A conclusione della manifestazione, gli studenti si sono recati in piazza Vittorio Emanuele, dove hanno realizzato un flash mob: con fogli colorati hanno composto la parola pace.

 

7 maggio 2018