I sessant’anni di Luchetti: il “miracolo” del cinema

Il regista di “Chiamatemi Francesco”, “La scuola”, “Il portaborse” racconta la sua carriera. «Il lockdown ci ha fatto capire come è fragile il nostro mestiere»

La stagione cinematografica viaggia ormai verso quello che comunemente veniva indicato come il periodo “debole” delle uscite estive, il momento per tirare il fiato in attesa della nuova stagione e dei nuovi film. Quest’anno però, quando ancora l’emergenza sanitaria in Italia non è esaurita, niente può essere come prima. I set tuttavia cominciano a riprendere il lavoro e si guarda al futuro con un cauto ottimismo. A concludere la nostra serie di interviste su Roma Sette c’è oggi Daniele Luchetti, regista della generazione di mezzo del cinema italiano, quella che ha esordito sul finire degli anni ’80. Romano, classe 1960 (nato il 25 luglio: auguri!), Luchetti ripercorre con noi la sua carriera.

Daniele, esordisci nel 1988 con “Domani accadrà”, cui fa seguito poco dopo “La settimana della sfinge” (1990), ossia una storia in costume ambientata nella Maremma del 1848, e una commedia brillante su Gloria, giovane cameriera con la passione per l’enigmistica
Quando penso ai miei esordi, ricordo l’intenzione di fare film stravaganti, se vogliamo un po’ da liceale in cui facevo vedere le mie passioni cinematografiche e letterarie, mostrando proprio il desiderio di “fare” questo lavoro, di fare il cinema per condividere con gli altri il piacere del narrare, del raccontare, il piacere appunto della stravaganza.

Nel 1991 dirigi poi un titolo destinato a diventare centrale nella storia del costume italiano, “Il portaborse”. Quel film precorse i tempi di Mani Pulite e rivelò Nanni Moretti come attore di grande efficacia
“Il portaborse” diventa, quasi senza saperlo, la colonna sonora in quel momento quasi secondaria ma poi sempre più forte di un cinema in cui entrano sì, ancora una volta, stravaganza e umorismo ma in una direzione più realistica di osservazione del mondo contemporaneo. E questa è stata una novità per me, qualcosa che mi sembrava estranea alle mie predisposizioni e invece si è dimostrata un terreno dove ho imparato a muovermi meglio.

Negli anni ‘90 affronti film più variegati e sfaccettati tra tematiche sociali, commedie e drammi.
Dopo “Il portaborse” passano alcuni anni in cui sono alla ricerca della mia strada. Avevo appena compiuto 30 anni, e allora ho sperimentato altri tipi di cinema. Mescolo temi politici con quelli comico surreali-grotteschi (“Arriva la bufera”, 1992) e storie in costume (“Piccoli maestri”, 1998) e concludo questa esplorazione con “Dillo con parole mie” (2003) dove tento la strada della commedia sentimentale. Erano anni in cui la mia vita personale e familiare era in trasformazione. Tutto sommato avevo cominciato molto presto a fare cinema e quel momento della ricerca, del guardarsi intorno, invece di farlo come prima cosa, l’ho spostato più avanti.

In questo contesto “La scuola” ha però una collocazione particolare.
Merita certamente un discorso a parte. È un film che ho fatto nel 1995, finora il mio successo commerciale più importante, dove il tono di commedia era mascherato con quello sociale e politico. Li è iniziata la collaborazione con Domenico Starnone. “La scuola” ha rappresentato per me un picco di consensi, e ha conciso anche con la gran paura di capire quale poteva essere il passo successivo. I titoli che seguono sono il tentativo di cercare nuove strade. Se c’è una chiave di lettura del mio cinema è quella di non ripetere due volte lo stesso film.

Il periodo successivo è contrassegnato dalla collaborazione con la produzione Cattleya.
Realizzo quattro film importanti: “Mio fratello è figlio unico” (2007), “La nostra vita” (2010); “Anni felici” (2013); “Io sono tempesta” (2016). Sono film caratterizzati dal tentativo di raccontare il reale e di affrontare in maniera più diretta rispettivamente il film storico, il film contemporaneo (le periferie), l’autobiografismo e il sociale. Sono vicende caratterizzate da una ricerca sulla famiglia. e su quello che ci ha portato ad essere come siamo oggi.  Sono film in cui, va sottolineato, cambio stile, sperimento un nuovo modo di girare, più veloce e improvvisato, che dà più peso agli attori e meno alla ricerca formale.

Nel 2015 giri “Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente”, una coproduzione tra Italia, Germania, Argentina.
Nasce come un lavoro professionale che diventa appassionante ricerca. Sono stato un anno fuori casa per svolgere un’inchiesta partita da un libro biografico del Papa e poi concretizzatasi in quattro episodi televisivi e un film per il cinema. Ho cercato di esplorare quel mondo lontano dell’Argentina e del suo Papa.

Daniele, questo lungo, inatteso periodo che ha costretto a tenere chiusi cinema e teatri, quale lezione ci lascia, e come lo hai vissuto nella tua casa, nella famiglia?
Il lockdown è stato un alternarsi di paure e di piacevoli giornate in famiglia ma al tempo stesso ci ha costretto a ridefinire i valori della nostra vita, ci ha fatto capire come è fragile il nostro mestiere e come è appesa a un filo la catena che ci lega agli spettatori: se non si va più al cinema il nostro lavoro muore, se non si possono proporre film perché non si può stare insieme, la narrazione per immagini finisce da un giorno all’altro. È una riflessione che non mi ha fatto dormire per parecchie notti, e non per ragioni banalmente economiche o personali ma perché ci ha detto che questo specchio in cui ci riflettiamo, il cinema, è un miracolo che può interrompersi all’improvviso. Senza preavviso.

Per ora l’ultimo tuo film, “Momenti di trascurabile felicità”, è del 2019. Ora che la situazione sembra andare verso la normalità, quali programmi hai per il futuro?
Ho proseguito il mio rapporto con Francesco Piccolo e ho girato un nuovo film, “Lacci”, tratto dal romanzo di Domenico Starnone. Un film che racconta il dramma e la difficoltà delle separazioni fatte male e cosa è capace di fare il rancore. È un film particolare cui tengo moltissimo, che sto completando e che uscirà a ottobre 2020.

20 luglio 2020