I termovalorizzatori, «soluzione vecchia»

Masullo (Greenaccord): «Sul mercato, ottime tecnologie che consentono di ricavare risorse utili dai materiali che gli inceneritori distruggono per estrarne solo una piccola parte di energia»

Bidoni dell’immondizia trasbordanti, rifiuti accumulati per strada, cattivo odore: sono scene, purtroppo, che si ripetono in alcune nostre città. Napoli, alcuni anni fa, e Roma, da un po’ di tempo, possono essere l’emblema della difficoltà nella gestione dei rifiuti. Come rispondere a questa emergenza? C’è chi pensa che l’unica soluzione sia un termovalorizzatore e chi invece ritiene superata questa tecnica, oltre che dannosa per la salute. Sull’attuale emergenza rifiuti a Roma e sull’opportunità di realizzare un termovalorizzatore abbiamo interpellato il direttore scientifico di Greenaccord Andrea Masullo.

Roma sta vivendo da tempo un’emergenza rifiuti: come si combatte questo problema che lascia per strada tanta immondizia, di sicuro non un buon biglietto da visita per la Capitale, soprattutto in vista del prossimo Giubileo?
Sono dieci le azioni da mettere in campo immediatamente. Estendere in 18 mesi una raccolta differenziata di qualità sull’intera città. Faccio presente che il CdA di Ama di cui ho fatto parte (2017-2019) in nove mesi aveva applicato il porta a porta a 350mila abitanti, che passarono dal 40 al 70% di raccolta di alta qualità. Il segreto? Microprogettazione su misura per ciascuna situazione e tipologia urbana, con consultazione dei cittadini e analisi del territorio. Avviare immediatamente la realizzazione dei due impianti di compostaggio già autorizzati per un totale di 200mila tonnellate in attesa di completarli con la produzione di biometano appena ottenuta la relativa autorizzazione. Avviare subito l’iter autorizzativo per un terzo impianto simile. Partire subito con l’iter autorizzativo dei selezionatori del rifiuto secco e separatori ottici dei polimeri plastici, che verrebbero agevolati dalla forte riduzione di materiale organico (200mila tonnellate). Realizzazione di un ossi-combustore per trattare 80mila tonnellate annue di rifiuti indifferenziati non riciclabili, con recupero energetico, riconosciuto come best practice europea e le cui ceneri sono riconosciute come materiali al 100% riciclabili. Trattamento di ulteriori 300mila tonnellate di rifiuto indifferenziato attraverso una piattaforma tecnologica “waste to chemical” che attua la separazione di materiali ancora riciclabili e la trasformazione chimica delle plastiche non riciclabili in nuovi polimeri di alta qualità, materie prime per nuovi prodotti chimici e carburanti green, idrogeno, metanolo, etanolo, ammoniaca, lana di roccia, polipropilene. Piena informatizzazione del servizio con controllo satellitare e pesature in tempo reale dei carichi. Riorganizzazione aziendale di Ama in uffici operativi autonomi per ciascun municipio, dotato di mezzi, strumenti e informatizzazione in grado di trasmettere in tempo reale alla sede centrale i dati sulla situazione operativa. Realizzazione di nuovi centri di raccolta, di piccole e medie dimensioni. Realizzazione di aree di trasferenza e stoccaggio breve dei rifiuti raccolti. Ciò significherebbe alleggerire la questione di ben 900mila tonnellate di rifiuti, possibile nell’arco di 3 anni, portando Roma al Giubileo senza emergenze rifiuti, con un sistema moderno avviato e da completare nei 2 anni successivi con nuovi impianti tecnologici per il riciclo.

In Italia ci sono diverse aree del Paese afflitte dalla questione rifiuti, Napoli e la Campania sono un altro esempio tristemente noto. È un problema che riguarda soprattutto il Centro-Sud?
Al Centro-Sud si raggiungono in molti casi eccellenti raccolte differenziate, che raramente trovano riscontro in adeguati impianti di raffinazione e riciclo. Sulla filiera industriale dei rifiuti ci sono troppi interessi, non sempre leciti e a volte malavitosi; ve lo conferma chi è stato nel CdA di Ama e ha vissuto la ricattabilità da parte di imprenditori che agivano in monopolio o costituivano cartelli spartitori mandando deserte le gare di appalto. La mancanza di impianti pubblici rende l’intera filiera sottoposta a queste intollerabili illegalità.

Una risposta può essere nei termovalorizzatori?
Secondo un recentissimo documento di Assorisorse (Confindustria), i termovalorizzatori sono una soluzione vecchia di almeno 40 anni. Oggi sul mercato ci sono ottime tecnologie, spesso con brevetti italiani, che consentono di ricavare risorse utili da quei materiali che gli inceneritori distruggono per estrarne solo una piccola parte di tutta l’energia servita a produrli.

Nel Nord Europa, però, i termovalorizzatori sono molto utilizzati e forniscono anche energia, perché in Italia sono così avversati?
Sorprende piuttosto l’innamoramento che il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha per questa tecnologia che ha avuto un grande sviluppo in Europa negli anni ’70-’80 ed è ormai superata da nuove tecniche che, seguendo gli orientamenti della Ue, sono orientate al recupero, piuttosto che alla distruzione di materia e allo spreco di tutta l’energia servita a produrli. Inoltre, il sindaco a oggi non ha mai voluto spiegare su che basi ha scelto questa strada e quali altre opzioni ha esaminato. La sua comunicazione mostra più caratteristiche di marketing che risposte tecniche trasparenti, che sono dovute ai cittadini per una scelta che vincolerà la città per i prossimi trenta anni.

I termovalorizzatori possono costituire anche un freno all’economia circolare?
Gli inceneritori con recupero energetico, distruggendo materia, non sono una tecnologia che segue i principi dell’economia circolare, ma hanno trovato in passato il loro spazio di mercato per quei materiali che non erano considerati riciclabili. Oggi le cose sono molto cambiate con l’avvento di nuove tecnologie. Se poi si programma addirittura un inceneritore da 600mila tonnellate, come quello proposto dal sindaco di Roma, esso rappresenta una pietra tombale su ogni ipotesi di economia circolare. Questi impianti per funzionare hanno bisogna di una “dieta” ricca di materiali energetici come carta e plastica, in contrasto con le nuove Direttive europee che impongono l’obbligo di riciclo di quote crescenti di plastica monouso. Di fatto Roma sarà esposta, per tutto il tempo di vita di questo inceneritore, a progressive procedure di infrazione e sarà soggetta a pagare i permessi di emissioni della CO2 prodotta da questi impianti. Non mi sembra una buona prospettiva per una città che già paga la più alta tariffa d’Italia per smaltire i rifiuti. Il riciclo comporta invece la vendita e non la distruzione di materiali, quindi meno costi e più ricavi.

Quale soluzione è ottimale per non cadere o risollevarsi da un’emergenza rifiuti?
L’economia circolare presuppone la progettazione di un sistema complesso, di un modello organizzativo nel quale inserire una molteplicità di tecnologie che garantiscano una elevata resilienza, nell’offrire percorsi di trattamento variabili in grado di cogliere di anno in anno le migliori opportunità di riciclo offerte dal mercato delle materie seconde. Da questo bisogna partire. (Gigliola Alfaro)

18 luglio 2022