Il bambino che camminava sulla 500, ovvero vivere con un figlio iperattivo

ADHD, sintomi e “istruzioni per l’uso”. La diagnosi, l’atteggiamento degli adulti, l’importanza di un rapporto positivo da parte degli insegnanti

«Non ce la facciamo più! Sono anni che a scuola ci sono problemi perché non riesce a stare fermo!». Sentire il racconto accorato di due genitori che non sanno più cosa inventarsi per gestire il proprio figlio iperattivo, impulsivo e incapace di gestire adeguatamente l’attenzione necessaria per portare a termine un compito assegnatogli dalla professoressa di italiano lascia realmente disarmati. Alessio (lo chiameremo così) ha un curriculum di disastri davvero da Nobel del settore! Già dalla gravidanza, prima ancora di giungere al quinto mese, aveva dato segno della sua acrobaticità calcistica nel grembo della mamma, rendendo davvero movimentato il successivo periodo e quasi insonni le sue notti. E la mamma, vista la sistematica turbolenza dell’inquilino, aveva cominciato a capire che questo fosse solo il preludio…

Le cadute, nella prima infanzia, erano all’ordine del giorno, in genere a seguito di arrampicate spericolate, a volte ahimè con necessità di ricorrere alle cure dell’ortopedico. Quella più clamorosa, all’età di nemmeno tre anni, sembra aver richiamato l’attenzione del santo protettore, visto che la scalata sul mobile del soggiorno si era conclusa con il crollo del megaschermo cui si era aggrappato, finito rovinosamente sul pavimento… con lui sotto, fortunatamente illeso! L’elenco potrebbe continuare a lungo. Molti stenterebbero a credere, per esempio, che per Alessio era cosa normale prendere una breve rincorsa, saltare sopra una 500 (vecchio tipo) dalla parte frontale e ridiscendere poi dalla parte posteriore. L’ingresso nella scuola, poi, rappresenta l’inizio della carriera di “osservati speciali” per Alessio e per i suoi genitori: l’uno perché causa di turbolenze con le quali gli insegnanti devono fare i conti quotidianamente; gli altri perché ritenuti i veri responsabili, sul piano educativo, dei disastri collezionati dal bambino nell’iter scolastico.

Ma sarebbe bastato raccogliere poche essenziali informazioni per rendersi conto che le cose non stavano come si potesse immaginare. Stiamo descrivendo un quadro che, a secondo dei criteri utilizzati, variabili tra Europa e Stati Uniti, riguarda una popolazione infantile, prevalentemente maschile, che va dal 2 al 5%. Il Disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività è sempre più all’ordine del giorno nelle nostre scuole e, a giudicare dagli Sos lanciati dai docenti, sembrerebbe di trovarsi di fronte a una vera e propria epidemia di DDAI (o ADHD, secondo l’acronimo americano), che comincia assai presto, in fase prescolare, per raggiungere l’acme tra la fine della primaria e l’inizio della scuola media.

La diagnosi deve basarsi sull’osservazione di un certo numero di criteri per almeno sei mesi, con un’intensità incompatibile con il livello di sviluppo e che ha un impatto negativo diretto in almeno due contesti (in età evolutiva, a casa e a scuola) con una ripercussione negativa sulle attività sociali e scolastiche. Si configurano così diversi inquadramenti in relazione ai criteri prevalenti. Nel sottotipo “disattenzione” il bambino fatica a prestare e mantenere l’attenzione, commette errori di distrazione in un compito, ha difficoltà nel seguire le istruzioni e non porta a termine i compiti di scuola, specie dove è richiesto uno sforzo mentale protratto. Inoltre, spesso è facilmente distratto da stimoli esterni ed è sbadato nelle attività quotidiane. Il sottotipo “iperattività” descrive il bambino che spesso non riesce a stare fermo sulla sedia, si alza quando si dovrebbe rimanere seduti, salta in situazioni in cui farlo risulta inappropriato, si muove nello spazio come se fosse “azionato da un motore”, e ciò limita l’interazione con gli altri. L’impulsività, poi, è tipica del bambino che “spara” le risposte prima che le domande siano state completate, ha spesso difficoltà nell’aspettare il proprio turno, interrompe gli altri o è invadente nei loro confronti. Quando sono presenti disattenzione, iperattività e impulsività si parla di disturbo di “tipo combinato”.

L’atteggiamento dell’adulto nei confronti del bambino con ADHD rappresenta un passaggio fondamentale anche ai fini prognostici, perché aiuta a fare una diagnosi differenziale tra coloro che riescono ad acquisire una sufficiente capacità di autocontrollo e quelli che, invece, richiedono necessariamente un supporto farmacologico per una qualità della vita equilibrata. In realtà, la gravità e la persistenza dei sintomi del bambino con deficit di attenzione e iperattività risentono notevolmente delle variabili ambientali e di come il bambino si sente accettato e aiutato di fronte alle difficoltà (Barkley, 1997). Diventa, pertanto, di fondamentale importanza riuscire ad instaurare un rapporto positivo da parte degli insegnanti verso un alunno iperattivo. Occorre adottare poche essenziali regole, da riadattare prontamente quando se ne ravvisi la necessità, dando le spiegazioni fondamentali per aiutarli a farsi una propria “mappatura comportamentale”.

Le richieste vanno calibrate sulle reali capacità attentive, segmentando il compito in modo da alleggerire il carico, anche diversificando le attività. Occorre rinforzare e premiare i comportamenti positivi piuttosto che sanzionare quelli negativi: le punizioni piuttosto che sulla severità, che in genere non modifica il comportamento del bambino iperattivo, devono mirare ad un impegno “riparatore” mirato. È utile, infine, informare frequentemente il bambino su come sta lavorando e come si sta comportando, soprattutto rispetto agli obiettivi da raggiungere: il riconoscimento delle proprie competenze rafforza la capacità di autocontrollo e di responsabilità. (Roberto Rossi, neuropsichiatra infantile)

25 novembre 2019