Il coronavirus nelle rsa, tra sicurezza e tutela delle fragilità

Le iniziative in campo per evitare l’effetto isolamento, nel rispetto dei protocolli nazionali. Il nodo delle visite dei familiari e l’assistenza domiciliare integrata

Le residenze sanitarie assistite sono ancora tra le strutture più colpite dalla pandemia. Dopo la prima ondata di contagi e decessi, si registrano ancora casi in tutta la penisola, Milano e Novara al Nord ma anche il barese e la Calabria. A Roma e nel Lazio per il momento la situazione sembra sotto controllo. Tanti gli sforzi dei gestori delle strutture, che devono mantenere alta la guardia senza perdere di vista la sensibilità e i bisogni di ospiti particolarmente fragili come gli anziani.

Fabio Miraglia è presidente del Gruppo Giomi, realtà con strutture anche all’estero, che in Italia ha 9 ospedali, 16 rsa, 8 case di cura più vari centri diagnostici e di cura. «All’inizio della pandemia, a febbraio – racconta – abbiamo avuto casi nella residenza della Madonna del Rosario a Civitavecchia. Ci siamo da subito attenuti ai protocollo nazionali come la chiusura alle visite e l’adozione dei dispositivi di protezione individuale, nonché l’igienizzazione con apposite macchine». Certo, è stato necessario evitare i cosiddetti danni collaterali: «A livello umano i nostri ospiti soffrono la distanza con i propri cari. Per evitare l’effetto isolamento abbiamo organizzato piccoli eventi in sicurezza, un’app su telefonino per lo scambio di filmati e per le videochiamate. Successivamente, nella fase in cui il lock down è stato revocato, abbiamo allestito delle porte a vetri con videocitofono per garantire visite in presenza, con tutte le cautele».

Per le visite, le rsa del Gruppo Giomi avevano previsto un sistema di prenotazione e un limite di 2/5 accessi al giorno. I parenti degli ospiti non potevano recarsi nei reparti veri e propri ma in sale ad hoc. «Nella fase più acuta della pandemia le prestazioni sanitarie ordinarie non urgenti sono state rimandate, probabilmente a breve verrà presa di nuovo la decisione di rallentarle. Quest’anno però abbiamo sviluppato servizi di assistenza domiciliare integrata per gestire da remoto patologie croniche, ove possibile, garantendo al paziente un monitoraggio costante per alleggerire i costi mantenendo alta la qualità di vita», conclude Giomi. Soluzioni che potrebbero decongestionare anche le strutture sanitarie in difficoltà a causa della pandemia.

In parte diverse le esigenze delle case di riposo, che al contrario delle rsa non hanno l’obbligo di personale medico costantemente presente, dato che gli ospiti sono parzialmente autosufficienti, pur garantendo l’assistenza tutelare e infermieristica. Francesca Sebastiani da circa due anni è amministratore giudiziario dell’azienda Il Chiostro, proprietaria di una casa di riposo ad Artena (Roma). La struttura, sottoposta a sequestro, è stata risanata e i conti messi in ordine. «Chi entra al Chiostro come paziente deve effettuare due tamponi, che devono risultare entrambi negativi», spiega. Pre Covid, nel Chiostro c’erano 73 persone, oggi 60; nessuno è deceduto in seguito al virus. «I nostri contatti con il Covid sono stati pochi: un dipendente aveva un congiunto positivo ma lui è risultato negativo; solo un operatore socio sanitario (oss) è oggi positivo ma asintomatico. Purtroppo in entrambi i casi l’assistenza della asl non ha avuto il tempismo necessario –  continua Sebastiani . In molti casi ho preferito far fare tamponi a nostre spese. Solo quando abbiamo riscontrato il caso positivo dell’Oss, e dopo una settimana di chiamate ed e-mail via pec, abbiamo ottenuto le visite dalla Asl competente per effettuare i tamponi dovuti. Devo ringraziare la perizia e la dedizione dei dipendenti – conclude Sebastiani -. Nel periodo del lock down, ad esempio, le consegne avvenivano all’esterno e con ogni precauzione. Anche nel periodo estivo in cui abbiamo potuto allentare un po’ le restrizioni, le visite sono avvenute per appuntamento e in locali riservati, senza far entrare nessun esterno. Abbiamo favorito piuttosto le videochiamate. Al rientro delle ferie, tutti i dipendenti hanno dovuto effettuare tamponi».

Precauzioni come da legge anche all’rsa Anni Azzurri Parco di Veio, che registra attualmente una trentina di casi Covid tra gli ospiti e alcuni tra gli operatori ma tutti asintomatici. La capienza complessiva della struttura è di 118 posti letto ridimensionati a 101 per garantire il distanziamento. «Il Gruppo, che gestisce in 8 regioni italiane 54 rsa, ha messo in campo un piano di tutela e prevenzione con screening continui, test sierologici e tamponi a ospiti e personale», spiega l’amministratore delegato del Gruppo Kos Anni Azzurri, Enrico Brizioli. A causa del Covid «il lavoro nelle nostre rsa è stato interessato da molti cambiamenti – continua Brizioli -. Ospitiamo persone di età molto avanzata, occorre rivedere un po’ tutte le attività quotidiane, sia lato ospiti che lato addetti. Per fare un esempio concreto, oggi serviamo il 250% in più dei pasti in camera, abbiamo acquistato centinaia di tablet e gestiamo ogni giorno centinaia di telefonate, videocall, mail e sms con i familiari. A tal proposito, il servizio di videochiamate, che non è stato mai interrotto, dalla chiusura delle visite dei giorni scorsi è stato nuovamente intensificato. A seguito del dpcm del 18 ottobre, sono state nuovamente chiuse le strutture alle visite dei familiari a scopo di tutela e sicurezza per tutti, ospiti, operatori, familiari». (Onelia Onorati)

29 ottobre 2020