Il Papa: «Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi»

La Messa di apertura del Sinodo speciale per l’Amazzonia, con cardinali e padri sinodali. «Siamo vescovi perché abbiamo ricevuto un dono, per essere doni»

L’intenso triduo di impegni di Papa Francesco, iniziato venerdì 4 ottobre con le ordinazioni episcopali e proseguito con il concistoro di sabato, si è concluso ieri, domenica 6 ottobre, con la Messa di apertura del Sinodo speciale per l’Amazzonia concelebrata con i cardinali e padri sinodali nella basilica di San Pietro. Nella sua omelia il pontefice ha usato parole dure contro «l’avidità» di quelli che ha definito nuovi colonialismi: «Quando senza amore e senza rispetto si divorano popoli e culture, non è il fuoco di Dio, ma del mondo. Eppure quante volte il dono di Dio non è stato offerto ma imposto, quante volte c’è stata colonizzazione anziché evangelizzazione! Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi – ha sottolineato il Papa -. Il fuoco appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l’Amazzonia, non è quello del Vangelo. Il fuoco di Dio è calore che attira e raccoglie in unità. Si alimenta con la condivisione, non con i guadagni. Il fuoco divoratore, invece, divampa quando si vogliono portare avanti solo le proprie idee, fare il proprio gruppo, bruciare le diversità per omologare tutti e tutto».

Rivolgendosi ai padri sinodali, Francesco ha ricordato che «siamo vescovi perché abbiamo ricevuto un dono di Dio. Non abbiamo firmato un accordo, non abbiamo ricevuto un contratto di lavoro in mano, ma mani sul capo, per essere a nostra volta mani alzate che intercedono presso il Signore e mani protese verso i fratelli. Abbiamo ricevuto un dono per essere doni. Un dono non si compra, non si scambia e non si vende: si riceve e si regala. Se ce ne appropriamo, se mettiamo noi al centro e non lasciamo al centro il dono, da Pastori diventiamo funzionari: facciamo del dono una funzione e sparisce la gratuità, e così finiamo per servire noi stessi e servirci della Chiesa. La nostra vita, invece, per il dono ricevuto, è per servire».

Dono che va ravvivato, come dice san Paolo: «Il dono che abbiamo ricevuto – ha continuato il Papa – è un fuoco, è amore bruciante a Dio e ai fratelli. Il fuoco non si alimenta da solo, muore se non è tenuto in vita, si spegne se la cenere lo copre tanto. Se tutto rimane com’è, se a scandire i nostri giorni è il “si è sempre fatto così”, il dono svanisce, soffocato dalle ceneri dei timori e dalla preoccupazione di difendere lo status quo». Poi, citando Benedetto XVI, ha ricordato che «in nessun modo la Chiesa può limitarsi a una pastorale di “mantenimento”, per coloro che già conoscono il Vangelo di Cristo. Lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di una comunità ecclesiale, perché la Chiesa è sempre in cammino, in uscita».

Il pontefice, che si è soffermato anche a riflettere sulla necessità della «prudenza audace» per i pastori, ha ringraziato Dio «perché nel collegio cardinalizio ci sono alcuni fratelli cardinali martiri, che hanno saggiato, nella vita, la croce del martirio». Infine, ha invitato ad «essere fedeli alla novità dello Spirito»: una «grazia che dobbiamo chiedere nella preghiera. Egli, che fa nuove tutte le cose, ci doni la sua prudenza audace; ispiri il nostro Sinodo a rinnovare i cammini per la Chiesa in Amazzonia, perché non si spenga il fuoco della missione». Quindi la conclusione: «Sentiamoci chiamati, tutti e ciascuno, a dare la vita. Tanti fratelli e sorelle in Amazzonia portano croci pesanti e attendono la consolazione liberante del Vangelo, la carezza d’amore della Chiesa. Tanti fratelli e sorelle in Amazzonia hanno versato la loro vita – ha aggiunto a braccio -. Permettetemi di ripetere le parole del nostro amato cardinale Hummes:  quando arriva in quelle piccole città dell’Amazzonia, va nei cimiteri a cercare la tomba dei missionari. Un gesto della Chiesa per coloro che hanno speso la vita in Amazzonia. E poi, con un po’ di furbizia, dice al Papa: “Non si dimentichi di loro, meritano di essere canonizzati”. Per loro, per quelli che stanno dando la loro vita, con loro, camminiamo insieme».

Dopo la celebrazione, il Papa al termine della preghiera dell’Angelus ha ricordato ancora il Sinodo che si concluderà il 27 ottobre e ha chiesto preghiere per «questo evento ecclesiale, affinché sia vissuto nella comunione fraterna e nella docilità allo Spirito Santo».

7 ottobre 2019