Il premier Draghi a confronto col presidente cinese sull’Afghanistan

La conversazione telefonica sugli ultimi sviluppi della crisi e sulle vie per la cooperazione internazionale. G20 compreso. Il nuovo governo

La notizia arriva direttamente da Palazzo Chigi: nella mattina di ieri, 7 settembre, il presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi ha avuto una conversazione telefonica con il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping. La discussione, si legge nella nota diffusa dal governo, «si è concentrata principalmente sugli ultimi sviluppi della crisi afghana e sui possibili fori di cooperazione internazionale per farvi fronte, ivi compreso il G20». Non solo: «Il presidente Draghi e il presidente Xi – si legge ancora nel testo – hanno discusso anche della collaborazione tra i due Paesi sia in vista del Summit di Roma, sia sul piano bilaterale».

Nel Paese intanto, a 24 giorni dalla presa di Kabul e dalla successiva proclamazione dell’emirato islamico di Afghanistan, i talebani hanno annunciato la composizione del nuovo governo, riferita in conferenza stampa dal portavoce Zabihullah Mujahid. Nessuna donna. La carica di primo ministro andrà al mullah Mohammad Hassan Akhund, già capo del Consiglio direttivo dei talebani, la Rahbari Shura. Hassan, che in passato è stato consigliere politico del Mullah Omar, già leader dei talebani, oltre che governatore di Kandahar e ministro degli Esteri negli anni del primo governo degli studenti coranici, tra il 1996 e il 2001, figura nella lista dell’Onu di «terroristi o associati a terroristi». Il suo vice sarà Abdul Ghani Baradar, tra i fondatori del movimento e negoziatore degli accordi del febbraio 2020 con gli Stati Uniti. Cresciuto a Kandahar, ha combattuto contro i sovietici negli anni ’80. Considerato il genero del mullah Omar, è stato liberato su richiesta degli americani nel 2018, firmando poi gli accordi di Doha. Baradar è considerato l’artefice della vittoria militare del 1996, quando i talebani presero il potere, così come di quella odierna. Nei cinque anni di regime talebano, fino al 2001, ha ricoperto una serie di ruoli militari e amministrativi. Nel 2010, quando è stato arrestato a Karachi, in Pakistan, era il capo militare dei talebani. Durante il suo esilio, durato in tutto 20 anni, ha saputo mantenere la leadership del movimento. Ascoltato e rispettato dalle diverse fazioni talebane, è stato successivamente nominato capo del loro ufficio politico, stabilito in Qatar, da dove ha portato avanti i negoziati con gli americani, che hanno portato al ritiro delle forze straniere dall’Afghanistan e ai fallimentari negoziati di pace con il governo afghano.

«Vogliamo buoni rapporti con tutti», ha assicurato in conferenza stampa il portavoce della nuova compagine di governo. «L’Afghanistan – ha detto – ha affrontato una grave crisi e l’emirato islamico ha deciso di formare questa amministrazione. Ci sono ancora alcuni ministeri da assegnare, ma noi cerchiamo di nominare delle figure di alta professionalità anche nelle posizioni di sottosegretario. Vogliamo concentrarci sulla professionalità delle personalità che opereranno per questa amministrazione, che deve affrontare i problemi immediati del Paese: la povertà per esempio, mentre il tema della sicurezza è stato risolto perché non c’è più la guerra». Quindi la rassicurazione: «Vogliamo buoni rapporti con tutti i Paesi, anche con quelli che combattevano contro di noi, vogliamo buone relazioni secondo le regole islamiche. Non consentiremo interferenze nelle nostre relazioni e e nelle nostre politiche e nei nostri affari – il monito -. Non consentiremo di chiederci cose non corrispondenti alla sharia e alle regole islamiche. Abbiamo diritto di essere riconosciuti ufficialmente e sostenuti. Rispetteremo i nostri obblighi», ha concluso. Parole, quelle di Zabihullah Mujahid, accolte senza troppa speranza dal ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio: «Non sono buoni segnali alla comunità internazionale – ha commentato -, anzi sono pessimi segnali».

8 settembre 2021