Il valore della paternità, quei “no” per gestire il conflitto

Oggi i genitori privilegiano un ruolo protettivo verso i figli ma resta fondamentale il senso del limite. Ai padri il compito di assumersi la responsabilità dell’eredità

Ascoltando la narrazione delle famiglie, durante il lavoro clinico, appare sempre più evidente una trasformazione e un aumento della complessità dei ruoli e delle funzioni nella famiglia “moderna”. Tale complessità è maturata non solo perché l’evoluzione della famiglia segue o presenta una “contiguità” con ciò che è visibile a livello sociale: dove per famiglia, fino a qualche decennio fa, si intendeva la configurazione padre-madre e figlio/i, mentre ora appaiono famiglie dalla diversa configurazione, ma anche perché all’interno di ogni specifica famiglia l’assetto di ruoli e funzioni sono modulate da dinamiche emotive che condizionano il compito educativo genitoriale.

Simona Argentieri, nel testo il “Padre materno”, evidenzia la ricchezza e la duttilità da parte dei padri di svolgere le funzioni di accudimento primarie conosciute come “maternage”, che nel passato erano prerogativa delle madri. Oggi è ampiamente diffusa la co-presenza di padri e madri, nonché il riconoscimento e la tutela dei diritti alla paternità nella crescita dei figli con relativo congedo dal lavoro.

È sempre più visibile, soprattutto nelle coppie giovani, il desiderio di “esserci” e di occuparsi dei propri figli, dove non si tratta di eseguire un compito ma di appagare il bisogno di intimità, di contatto fisico e di tenerezza. Mentre, come spesso rilevato durante le terapie familiari, sembrano più difficili da gestire e svolgere le funzioni che richiamano alla costruzione del senso del limite, fondamentali per la crescita e determinanti durante l’adolescenza, dove entrano prepotentemente in gioco le sfide, l’aggressività e il conflitto.

Tale difficoltà di coniugare il desiderio di tenerezza con la necessità di porre limiti, affrontando il conflitto, è ben approfondito nel saggio dello psicoanalista Massimo Recalcati, “Cosa resta del padre”. L’autore sottolinea: «Come i genitori siano oggi più preoccupati di farsi amare dai loro figli che di educarli, più ansiosi di proteggerli che di sopportarne i conflitti. Questo vale a maggior ragione per i padri, la cui funzione educativa spesso e volentieri viene demandata alla madre e dove si osserva la dissoluzione dell’autorità paterna: il padre non è più Padre, cioè pater familias, e ogni tentativo di restaurare quel tipo di Ordine o Legge è fallimentare».

Cosa resta del padre? La possibilità di testimoniare ai figli le passioni, le vocazioni, i progetti, senza pretendere di proporre modelli o valori universali; si tratta di assumersi la responsabilità dell’eredità, ossia della facoltà di trasmettere il desiderio da una generazione all’altra. Tale testimonianza non lo esime “dall’opporre dei no” e quindi dall’affrontare il conflitto, indispensabile alla crescita e alla maturazione dei figli.

Possiamo affermare che nel percorso di crescita non può non esserci il conflitto, anzi la sua presenza è garante del riconoscimento della alterità-diversità con cui si attiva un confronto e si cerca una mediazione: se ciò venisse a mancare è facile il verificarsi della violenza che nega qualsiasi forma di discorso e dove si verifica la rottura del riconoscimento dell’Altro come realtà e come possibile interlocutore. È fondamentale che i genitori non neghino il conflitto ma lo affrontino reggendo “l’onda d’urto” che ne deriva inevitabilmente; se questo non accade, la distanza tra le generazioni si assottiglia e le posizioni nei rapporti parentali si appiattiscono.

Perché è così difficile e complicato assumere “un ruolo di autorità”? La Argentieri dà una lettura su tale riluttanza come frutto di un rapporto problematico con l’aggressività sana: «Esercitare l’aggressività sana, infliggere regole e frustrazioni, significa tollerare che un figlio ci viva a tratti come “cattivi” e che a sua volta, come sarebbe giusto e naturale, diriga contro di noi l’ostilità. Ho sentito spesso teorizzare da molti genitori e soprattutto dai papà che il bambino deve potersi sviluppare nella massima libertà. Quello che si rischia è di non riconoscere che esercitare sui figli una funzione adulta, di conflitto e di disciplina, non solo ha valore normativo/punitivo ma anche protettivo».

La crescita “armonica” dei figli si caratterizza per un “cammino relazionale” che passa dalla tenerezza della protezione alla fase dell’imposizione dei limiti e della separazione, fino all’assunzione della responsabilità di se stessi e delle proprie azioni. Quello che oggi si osserva nei genitori è il privilegiare il contatto/protezione rispetto all’individuazione/differenziazione, lasciando ai figli il “peso” di inventare e definire norme e limiti.

L’esperienza clinica e quella quotidiana – condivido con la Argentieri – testimoniano come per molti giovani non abbia più molto senso sfidare l’autorità di genitori che, da almeno due generazioni, sembrano avere abdicato non solo dall’autorità e dall’autorevolezza ma anche dalla funzione adulta normativa, punitiva e protettiva. L’opportunità di un dialogo complesso e rispettoso delle molteplici variabili personali e relazionali, tra genitori e figli, può ridursi in infantilismi, in deleghe sociali, favorendo la perdita delle specificità di ogni persona coinvolta.

Lo scenario che potrebbe configurarsi è il passaggio dallo sviluppo delle potenzialità e risorse di ogni singolo individuo ad un’indifferenziazione di massa più facilmente manipolabile socialmente e politicamente. Tale sofferente prospettiva a livello macro-sociale non deve offuscare la speranza di cosa è possibile fare nel livello micro-sociale. Ciò che accade all’interno di un sistema familiare è correlato al “gioco dei ruoli” e se la paternità non riesce ad essere assunta dal padre c’è da chiedersi come possa essere sostenuta, valorizzata dalla compagna, con la possibilità da parte della coppia di recuperare la relazione coniugale che spesso “manifesta” sofferenza con la nascita dei figli. Credo opportuno che la famiglia vada sostenuta in questo “dialogo” sia per dare spazio ad una riflessione di ciò che accade al suo interno sia per rimodulare, a livello più generale, le funzioni e i ruoli fondamentali per una crescita armonica fondante una società più sana. (Laura Boccanera)

31 gennaio 2020