Il viaggio di Pasolini nell’Italia degli anni ’50

Pubblicato dalle edizioni Contrasto “La lunga strada di sabbia”, itinerario attraverso un Paese raccontato con una tensione esistenziale che brucia la realtà, tra il peso del passato e il carico del futuro

Pier Paolo Pasolini nel 1959 era un vulcano d’energia creativa, nel solco del più puro vitalismo italiano. Nella lontana estate di quell’anno la rivista Successo gli commissionò una serie di reportages lungo le spiagge della penisola. Lui partì dalla costa ligure sul confine francese al volante di una Fiat 1100 e attraversò il Bel Paese gettandosi a capofitto in un’impresa psicofisica di coinvolgimento assoluto. Gli articoli vennero pubblicati con qualche taglio redazionale ma furono riproposti nella loro versione integrale nel 1998 all’interno dei Meridiani della Mondadori, a cura di Walter Siti. Ora questo lungo racconto di viaggio si può leggere nelle edizioni Contrasto (La lunga strada di sabbia, 199 pp., 24,90 euro), arricchito dalle fotografie scattate da Philippe Séclier che nel 2001 ripercorse le tappe del giovane scrittore.

Fa impressione rileggere il racconto di Pasolini accanto alle inquadrature di un Paese radicalmente diverso rispetto agli anni ’50: là dove il testo dell’ultimo scrittore del Novecento italiano (perché dopo di lui perfino i criteri di giudizio sono cambiati) segnala l’incanto di una febbre lirica («Genova fuma, sfuma in un guazzabuglio supremo. L’attraversi, a metà Corso Italia, già verso Levante, ti volti, e alle tue spalle ecco la più bella visione di tutta la Liguria»), le immagini immortalate da Séclier ci consegnano lo scarto di una desolazione suprema (il mare di Ventimiglia sbirciato dalla vetrata di un condominio vuoto, il cameriere di Lecco Ameno, a Ischia, sullo sfondo di un cielo squadrato). Gli articoli di Pasolini sembrano scritti in una tensione esistenziale che brucia la realtà e, soprattutto nelle descrizioni paesaggistiche dello splendido e martoriato Mezzogiorno, chiama in causa il tempo, in doppio senso: illustrando il peso del passato («Sono sempre più solo: la notte nel Meridione è ancora quella di molti secoli fa») e lasciando intendere il carico del futuro («Tre o quattro volte sono andato e tornato da Posillipo. Ho fatto l’aurora, ho visto il Vesuvio, vicino che si poteva toccarlo con la mano, contro un cielo, ormai rosso, avvampante, come non riuscisse più a nascondere il Paradiso»).

In quest’ultima direzione passa come un brivido profetico davanti agli occhi del lettore di oggi la pagina dedicata al litorale romano, dove il poeta verrà assassinato in circostanza ancora misteriose quasi quarant’anni fa: «Arrivo a Ostia sotto un temporale blu come la morte. L’acqua svapora, tra tuoni e fulmini. I villeggianti sono stretti nei bar, sotto i capanni, con la coda tra le gambe. Gli stabilimenti, vuoti, paiono immensi». Pasolini scrive sempre in prima battuta, alla Stendhal, affidandosi al ritmo percussivo di uno stile guadagnato nel risvolto documentario della realtà, ma la sua visione è sempre fissa, precostituita, come accade ai veri artisti i quali, perfino quando viaggiano, paradossalmente scoprono ciò che già sanno.

12 gennaio 2015