“In guerra”, cronaca di un conflitto aspro per difendere il lavoro

Nelle sale dal 15 novembre il film francese, con il taglio e la grinta dell’instant movie, sulla vicenda dei dipendenti della Perrin Industries, presentato al Festival di Cannes

Francia, oggi. Quasi a sorpresa i 1.100 dipendenti della Perrin Industries, dopo aver firmato un accordo che tutelava il loro lavoro, si trovano di fronte a un improvviso voltafaccia dei proprietari. Di fronte alla impossibilità di mantenere i consueti standard produttivi, non resta che procedere alla chiusura dello stabilimento e di conseguenza licenziare gli operai. I lavoratori però non accettano la decisione e uno di loro, Laurent Amedeo, si mostra deciso a tutto per difendere le ragioni dei licenziati…

Comincia così, proiettandosi subito nel mezzo di una realtà nervosa a pronta ad incendiarsi, “In guerra”, titolo francese molto azzeccato, presentato all’edizione di maggio 2018 del Festival di Cannes, dove ha raccolto unanimi consensi dal pubblico ma non ha convinto ugualmente la giuria, che non lo ha ritenuto adatto a concorrere per qualche premio. In uscita nelle sale italiane da giovedì 15 novembre, il film ha il taglio e la grinta dell’instant movie, concepito cioè sull’onda del succedersi dei fatti registrati e rivisti a botta calda, con clamore ed echi ancora in corso. In realtà quella che si vede è la radiografia di un conflitto sociale irrisolvibile. «La situazione raccontata – dice Stephan Brizé, il regista – non è affatto eccezionale. Anzi è talmente frequente che ne sentiamo parlare ogni giorno nei notiziari, ma forse senza comprendere veramente la posta in gioco e i meccanismi in atto».

Ne deriva un meccanismo nel quale la dialettica dei contrasti si fa sempre più aspra, il rimpallo delle responsabilità si acuisce, lo scambio di reciproche accuse porta a scontri e incidenti. E, di fronte al crescere del senso di precarietà e di instabilità dei lavoratori, si fa largo la sensazione che i tre mesi di resistenza e di sacrifici siano una fatica passata invano.

Su questa forma strenua di opposizione, alla quale gli operai decidono di ricorrere quando ogni tentativo di dialogo si è rivelato vano, e la logica della ragione ha lasciato il posto al decisionismo degli interventi di forza, Brizé getta uno sguardo che vuole essere il più possibile rigoroso e asciutto. Il copione infatti è stato scritto sulla base di documenti, testimonianze, eventi precedenti, evitando accuratamente ideologie, riferimenti politici, citazioni storiche.

La scelta, si diceva prima, ha portato Brizé ad optare per uno stile dallo scarto visionario, l’incalzare di un ritmo forte e aggressivo, mettendo in campo anche richiami al linguaggio delle inchieste televisive: riuscendo così a far “vedere” quelle immagini che il piccolo schermo omette, per scelta, per obbligo, per necessità. Certo nei momenti in cui la lotta politica si fa più aspra e il dialogo fitto e scarnificato appare senza via d’uscita, ci si chiede se non machi qualcosa alla autentica rappresentazione della realtà. Perché è vero, gli attori di cui il regista si serve, sono talmente autentici da prefigurare una sorta di neorealismo.

Eppure qualcosa manca per completare la rappresentazione. Forse il precedente film di Brizé, “La legge del mercato” (2015), aveva più grinta e più impatto “epocale”. Forse sono assenti il pathos della sofferenza, il dolore della verità.

19 novembre 2018