Insieme ai baraccati e ai loro problemi con scelte coraggiose

Nel 1979 al Borghetto Prenestino con la parrocchia di Sant’Agapito accanto a mille famiglie in condizioni disagiate

Di qua e di là, via Venezia Giulia 21: un solco umano profondo tra due società, il benessere dei forti che cresce, e la miseria che divora i deboli. Di qua e di là, dalla nota via, come un fiore esotico la piccola chiesa di S. Agapito, tra i baraccati. Così è oggi il Borghetto Prenestino, residuo di una urbanizzazione selvaggia. La parrocchia copre, la sua presenza, di una elementare dolcezza i 14 mila abitanti. Tra questi, le mille famiglie di baraccati, e una numerosa comunità di zingari semisedentari. Vent’anni di storia, ormai. La chiesa, impianta dapprima in negozio, è passata poi in un prefabbricato. E così è rimasta. Pochi metri quadrati, l’edificio sacro basso, baracca pulita dai colori vivaci, con tante rose, che fano corona all’ingresso. Il santo Patrono, Agapito, nato a Palestrina nel IV secolo, subì il martirio all’età di 15 anni. Sarebbe stato esposto alle fiere e poi decapitato, alla periferia della città (Prenestina). I baraccati portano, per così dire, il segno della sua anima, provata dalla persecuzione e dall’esilio.

Mi sono recato sul luogo in compagnia di amici. Ore 17, un pomeriggio di una domenica qualunque. La calura estiva si confonde al canto delle stridule cicale. Entro nella saletta delle riunioni. Prendiamo posto. Una ventina di persone, di varie età, uomini e donne, sono radunati per la preghiera e la lettura, guidata da don Isidoro Del Lungo, che è il parroco insieme con don Nicolino Barra. «Questi uomini sono i collaboratori della parrocchia – spiega don Nicolino -. A S. Agapito ci sono per ora questi ministeri: il vescovo (per le cresime e nel Canone della Messa), i preti, i “diaconi” per i poveri, i catechisti, gli amministratori, i ministri dell’Eucaristia, i fabbricieri, le pulitrici, gli ostiari».

Dopo la preghiera dei salmi, che presenta un Dio «pietà e tenerezza», la lettura degli artt. 41 e 42 della Costituzione liturgica. Si legge e si commenta, con grande spontaneità. Dal testo si passa ai problemi: «Noi siamo attaccati al parroco e alla parrocchia, che è la nostra casa. Il vescovo lo vediamo purtroppo solo in certe solennità». Tali giudizi, formulati da laici, indicano una situazione difficile a S. Agapito. La comunità parrocchiale ama le cose belle contenute nel documento conciliare, ma in concreto si trova o si sente emarginata, osserva don Nicolino.

«Il vescovo di Roma è il Papa – aggiunge don Isidoro – e sappiamo quanto egli ha camminato già per visitare le parrocchie. È un giro di visite pastorali che richiede anni, per essere completo e che viene portato avanti dal cardinale vicario e dai suoi ausiliari perché le comunità sentono veramente l’importanza della funzione del vescovo». Sono 11 anni che i due sacerdoti lavorano in questa parrocchia con delle scelte suggerite dalla situazione particolare. Non si fa altra attività che la Messa e il catechismo; tutti i sacramenti vengono amministrati all’interno della Messa domenicale. Pare che queste scelte si siano dimostrate feconde e fruttuose e all’atto pratico rivelino la vitalità del popolo di Dio alle prese con la propria promozione umana e sociale.

Nel ’68 si era rivelato il più forte baraccamento – racconta don Nicolino – con la presenza di oltre 1.300 famiglie. Oggi ne sono rimaste un centinaio. Abbiamo anche una quarantina di famiglie di zingari. Infatti è tutta storia recente. Al Borghetto si vedono oggi ancora i solchi lasciati dalla ruspa comunale, che man mano abbatte le baracche di coloro che vanno a sistemarsi altrove: a Casal Bruciato o a Villa Gordiani. Una palazzina con oltre 100 appartamenti, a Ostia, è l’ultima concessione che il Comune ha fatto. 50 di tali appartamenti sono stati già occupati.

In occasione dei sacramenti non si accettano né offerte né tasse. L’unica entrata della parrocchia è la questua della Messa: offerte segrete, bilancio pubblico. La condizione sociale e spirituale del quartiere è tale che ha costretto a una esemplificazione dell’amministrazione parrocchiale. Si tratta di una esperienza nuova e di una impostazione pastorale nuova e certamente provvisoria. Don Isidoro e don Nicolino sono, tra l’altro, due preti lavoratori. È una scelta che hanno fatto; in realtà è il bisogno di servire una emergenza pastorale. Indubbiamente è una transizione, che sarà superata ovvero maturerà.

«Anche noi preti – conclude don Isidoro – cerchiamo di essere buoni cristiani; per questo noi ci rivolgiamo al quartiere e viviamo nel quartiere come sacerdoti e come cristiani. Abbiamo scelto di lavorare, abitare fuori del recinto sacro con i più poveri: i baraccati e gli zingari. Questo non per secolarizzarci nel senso di essere uguali al mondo, cioè senza fede, ma per vivere la nostra vera consacrazione e la nostra missione di servizio al mondo e guida nella Chiesa». Lo abbiamo salutato sulla porta della sua baracca, alle 19. È corso a celebrare la Messa, mentre lo seguivano un gruppetto di ragazzine zingare sorridenti (di Giuseppe Coluccia)

8 luglio 1979