Joseph Conrad, la scrittura che ipnotizza

Negli ultimi anni trascorsi in solitudine con la moglie sembrava tornato a essere un gentiluomo polacco. Ma lui aveva avuto la passione del mare e della lingua inglese, di cui divenne incredibile sovrano

Joseph Conrad, uno dei più grandi scrittori dell’epoca moderna, morì novant’anni fa a Bishopsbourne, nelle campagne inglesi del Kent, dove s’era rifugiato dopo un’esistenza randagia e avventurosa. Gli appassionati di vera letteratura non possono che ricordarlo con la gratitudine che si rivolge a chi è stato capace di segnare la nostra giovinezza. La sua tomba, nel cimitero di Canterbury, è costante meta di pellegrinaggi sentimentali. Negli ultimi anni trascorsi in solitudine con la moglie sembrava tornato a essere un gentiluomo polacco, come molti dei suoi antenati.

Ma lui aveva avuto la passione del mare. E, aggiungiamo, della lingua inglese, di cui divenne incredibile sovrano, appresa sui brigantini in rotta verso l’Oriente. Basta sfogliare alcuni degli articoli che scriveva, in splendida leggerezza, sulle riviste di primo ’900, come The Pall Mall Magazine o The Mirror of the Sea, recentemente raccolte nel volumetto Di mare, uomini e vele (Piano B, pp. 127, 11 euro), per essere trascinati nelle magie del vecchio maestro: i capitani malati d’infinito, i misteri languidi delle interminabili bonacce, i loschi affari dei miseri bassifondi. È il regno incantato di Lord Jim. La foresta pluviale di mister Kurtz.

L’isola felice di Axel Heyst. Il luogo delle missioni segrete, delle passioni impossibili. Dove le golette scassate diventano fori imperiali in cui si riflette sul caso e sul destino. Forse non c’è nessuno, al pari di Joseph Conrad, in grado di ipnotizzare il lettore con una semplice descrizione paesaggistica, fra luci e ombre, tempeste e basse maree, anche se poi, come diceva Hemingway, risulta difficile rileggerlo. La struttura narrativa dei suoi capolavori romanzeschi è spesso lenta e macchinosa e richiede tempi di concentrazione oggi quasi anacronistici, tuttavia chi avesse la pazienza di lasciarsi incantare dalle imprese romantiche e disperate dei personaggi conradiani avrebbe di certo la propria ricompensa spirituale.

Basti pensare a Il salvataggio, appena ristampato da Nutrimenti con una prefazione di Ernesto Ferrero e un saggio di Dario Pontuale (pp.424, 22 euro). È di scena il capitano Tom Lingard, uno dei più classici personaggi di Conrad: inglese trapiantato nel Borneo, amico della popolazione locale, diviso fra due terre, cultore dell’amicizia eppure segnato da una misteriosa ferita interiore che lo rende allo stesso tempo fragile e potente, intreccerà una storia d’amore abbastanza spinosa e dovrà fronteggiare una serie di ostacoli legati all’umana cupidigia. Sembra quasi che lo scrittore s’appassioni a incatenare Lingard, eroe di una libertà sempre difficile da conquistare e soprattutto mantenere, sulla scogliera degli intrighi politici e delle scommesse perdute per accrescere la forza del finale, quando lo lascia da solo, in piedi con le braccia conserte sul ponte della nave, a fissare le luci del tramonto, diretto verso Nord.

 

27 ottobre 2014