“Kabloona” e il racconto della vita con gli eschimesi

Nel libro di Gontran de Poncins la scelta di misurarsi con l’ignoto nell’Artico: un anno intero vissuto con gli Inuit, condividendone ogni abitudine quotidiana, senza posizioni ideologiche precostituite

Gontran de Poncins (1900 – 1962), francese di nobile schiatta discendente di Montaigne, è stato uno di quegli scrittori-viaggiatori che nel XXI secolo hanno contribuito a smussare lo sguardo dell’individuo occidentale raschiando via ogni possibile boria superomistica: così come fece Thesiger, attraversando i deserti del Quarto Vuoto arabo, anche questo esploratore volle misurarsi con l’ignoto scegliendo però l’Artico: i territori canadesi a nord della Baia di Hudson.

Tuttavia, se leggiamo il libro che de Poncins ne ricavò, Kabloona (Adelphi, traduzione di Marco Rossari, 24 euro), a colpirci, prima ancora delle descrizioni paesaggistiche, è il racconto della vita dello scrittore con gli eschimesi: un anno intero trascorso nella condivisione di ogni abitudine quotidiana, senza posizioni ideologiche precostituite, eppure non rinunciando a mettere in gioco la propria identità. «L’europeo in me – leggiamo nel Prologo – continuava a protestare, a ribellarsi; e specie quando lo sforzo fisico sembrava insopportabile, s’impuntava e rifiutava d’accettare la necessità di adottare il punto di vista eschimese – e ne subiva le conseguenze. Ma nei limiti del possibile per me, credo di esserci riuscito».

Questo sforzo di comprensione nei confronti del prossimo, negli anni in cui il Vecchio Continente si preparava invece alla seconda guerra mondiale, è rimarcabile, sebbene il livello dell’opera, arricchita da disegni e fotografie dell’autore, risulti superiore alla semplice testimonianza antropologica. All’inizio de Poncins, inoltrandosi verso gli accampamenti degli Inuit, trattiene a stento il proprio timore: «Mentre continuavano a camminare, pensavo: è una terra dove la vita è morta o è una terra dove la vita non è ancora arrivata?» Poi si lascia trascinare dalla curiosità verso le tribù presso cui abita e comincia studiarne usi e costumi: «Nelle famiglie il capo era il bambino». Tutti infatti gli ubbidiscono. Grande rispetto però viene riservato anche agli anziani, che pure rallentavano la marcia del gruppo. Il tempo negli igloo viene scandito dai turni di pesca. «Venticinque persone tra uomini, donne e bambini componevano l’intera popolazione di King William Land»: in tali condizioni l’umanità assomiglia a una roccia della natura nel cosmo desolato.

I traffici intorno ai cani da slitta non possono non ricordare Il richiamo della foresta di Jack London. Il ritratto di Algunerk, uno dei compagni più fedeli, metà catecumeno, metà sciamano, diviso fra solitudine e socialità, resta nella nostra mente assieme a quello di padre Henry, missionario normanno, capace di vivere in una grotta di pochi metri dove dice Messa ogni mattina. Quando torna a Perry River, uscendo dal grande vuoto, de Poncins esamina le mutazioni provate su se stesso: «Da ciarliero ero diventato laconico. A pensarci bene, quante parole inutili pronunciamo nella nostra società!».

16 maggio 2024