La battaglia di Angeli contro la mafia, “A mano disarmata”

Proiettato al Cinema Teatro don Bosco il film di Bonivento che racconta la lotta della giornalista contro la criminalità organizzata di Ostia. «Si è creato un noi e il noi ha vinto»

Prezioso è quel cinema capace di educare, di insegnare il bene. Quello che sa illuminare la parte giusta dove stare, la direzione sana da seguire. Il film A mano disarmata, del 2019, di Claudio Bonivento, appartiene a questa categoria: tratto dal libro omonimo di Federica Angeli, racconta la storia di questa giornalista capace di denunciare la criminalità organizzata della sua città, di Ostia, nello specifico, nonostante tre figli piccoli e un marito. Una donna che per il suo lavoro e il suo coraggio enorme ed esemplare – ma incapace di evitarle la paura – ha visto la sua vita cambiare sotto le minacce del clan, conoscendo l’obbligo (dal 2013) della scorta. A mano disarmata racconta la sua battaglia contro la mafia e quella meravigliosa capacità umana di non abbassare lo sguardo di fronte all’ingiustizia e alle sue conseguenze. È un film utile, necessario, didattico soprattutto per i giovani e perciò presentato dall’associazione antimafia #Noi insieme all’Osservatorio salesiano per i diritti dei minori, ieri pomeriggio, 20 giugno 2022, al Cinema Teatro don Bosco, in via Publio Valerio, a Roma.

Al termine della proiezione Federica Angeli, insieme al collega Gianni Riotta e a don Francesco Preite (presidente nazionale Salesiani per il sociale Aps), ha dato vita a un dibattito intorno a questo film «molto fedele» alla realtà, ha detto la giornalista, con dentro quel racconto del «bene» che «nei film o nelle serie sulla mafia è necessario trovare più spesso». Quel «bene che nella realtà esiste, perché esistono le realtà mafiose ma anche chi le combatte e le vince. E una narrazione in cui la mafia spadroneggia indisturbata rischia di falsare la realtà, soprattutto per le giovani generazioni che guardano e possono essere attirate da un modello di male». Angeli ha precisato che l’unica cosa non vera nel film è il tradimento della sua migliore amica: «Nella vita sono stata tradita da diverse persone ma la pellicola sarebbe durata troppo per raccontarle tutte e nell’immaginario dello spettatore la migliore amica incarna il tradimento più grande, quello della persona di cui ti fidi di più». Da qui l’idea di racchiudere il concetto nel personaggio.

Dell’importanza della testimonianza di Federica Angeli ha parlato Gianni Riotta, direttore del master in Giornalismo e comunicazione dell’Università Luiss di Roma. «Una delle primissime cose che ho fatto è stato chiamarla e dirle: vieni a insegnare da noi – ha ricordato -. Ammiravo molto il suo lavoro e pensai che fosse molto utile per i ragazzi avere la testimonianza di una persona che aveva affrontato questa esperienza sul lavoro e nella vita personale: più noi mettiamo i giovani a contatto con chi ha fatto esperienza diretta, meglio è». Riotta, convinto «che la vera soluzione del problema mafioso sia lo sviluppo del Mezzogiorno», ha spiegato di apprezzare molto il lavoro di «cronaca» portato avanti da Federica: «Tu vedi delle cose, le racconti e informi»; mentre don Francesco Preite ha definito A mano disarmata un film che offre «stimolo, esempio e possibilità», che aiuta a sviluppare «una sensibilità comune», perché «la mafia si affronta con la prevenzione educativa, un tema tipico dei salesiani, che significa permettere alla coscienza credente di un giovane di rifiutare ciò che ostacola la piena libertà di una persona, la piena maturità di crescita». Quello «dell’antimafia sociale – ha spiegato il sacerdote – è un tema trasversale che affronta la coscienza di ogni credente. Il nostro fondatore diceva che dobbiamo essere buoni cristiani e onesti cittadini, cioè la prassi cristiana si sperimenta nella testimonianza civica. Il film e l’esperienza concreta di Federica ricordano che contrastare la mafia non è uno slogan ma testimonianza attiva, partecipazione al bene comune».

Don Francesco ha ricordato le grandi difficoltà incontrate dalla protagonista: «Le restrizioni subite, il distacco e il conflitto affrontati anche con la sua famiglia», ma il suo «impegno immane rende giustizia di un mondo che è stato creato libero, per la dignità umana». La stessa Angeli è tornata sulle difficoltà della sua scelta «ricaduta sul marito e i tre bambini che all’epoca avevano otto, sei e quattro anni». Ma il suo «punto debole e quello di forza coincidono»: a loro «volevo dare loro il messaggio che non si può abbassare sempre la testa né lo sguardo di fronte al male». E se oggi le chiedono: «Vale la pena di soffrire e fare questa vita?», Federica Angeli risponde: «Sì, perché alla fine ho capito che Falcone aveva ragione quando diceva che la mafia è un fenomeno umano, e come tale ha un inizio e una fine. Ecco, io la fine del clan Spada a Ostia l’ho vista. È iniziato tutto con un articolo ed è finita con la mia Ostia che ha rialzato la testa, e oggi, a nove anni da quel giorno, non ha più paura di fare il nome degli Spada. Falcone aveva ragione: la mafia è un fenomeno umano. Ha avuto una fine perché si è creato un noi e il noi ha vinto».

21 giugno 2022