La Festa dei popoli è la festa della Chiesa

A San Giovanni in Laterano l’appuntamento delle comunità straniere a Roma. Il vescovo Lojudice: «Sull’accoglienza si misura la nostra dignità»

A San Giovanni in Laterano l’appuntamento delle comunità straniere a Roma. Il vescovo Lojudice: «Sull’accoglienza si misura la nostra dignità» 

Peruviani, nigeriani, ghanesi hanno battuto le mani al ritmo del Pleskach, ballo tradizionale ucraino. Albanesi, salvadoregni, libanesi hanno mangiato la Placinte, una pasta sfoglia ripiena di formaggio, tipica della Moldavia. Un mondo racchiuso nel sagrato della basilica di San Giovanni in Laterano, colorato dai costumi tradizionali dei tanti rappresentanti di trenta comunità straniere che vivono a Roma, profumato dai loro cibi e animato da canti, balli e musiche etniche. È questa la Festa dei Popoli, organizzata dall’Ufficio per la pastorale delle migrazioni della diocesi di Roma con il patrocinio dei missionari Scalabriniani.

 Una grande manifestazione che si è svolta ieri, domenica 21 maggio, aperta da un forum al Seminario Romano Maggiore di cui sono state protagoniste le donne delle comunità migranti. Vive da 20 anni nella Capitale Elena Tonko, ucraina, che ha lasciato il suo Paese per garantire ai suoi figli un futuro più sereno. «Ci avete accolto e ci avete fatto sentire a casa. Ci sono però ancora alcuni problemi da affrontare – ha detto -. Abbiamo bisogno di aiuto per imparare bene la lingua italiana e di uno sportello di ascolto per le nostre necessità».

È giunta a Roma 24 anni fa, invece, Zenaida Villanos Baro. Tanto da definirsi italiana e non più filippina: «Abbiamo imparato da voi italiani ad adattarci a non chiuderci. Basta, però, con i pregiudizi. Filippina non è sinonimo di domestica – ha affermato -. Dopo avere fatto per 15 anni la colf, ho deciso di iscrivermi in Ingegneria civile a Roma Tre. Mi sono laureata a 44 anni. L’integrazione è possibile».

 Si è laureata in Scienze dell’educazione all’Università Salesiana Patricia Bovadin, giunta a Roma 16 anni fa dal Perù. «Sono molti i professionisti nella nostra comunità che si adattano a lavori domestici. Servirebbe un processo per riconoscere le loro lauree e i contributi pensionistici, se dovessero decidere di lasciare l’Italia». Richieste alle quali ha risposto l’europarlamentare Silvia Costa: «Per ottenere il riconoscimento dei contributi è necessario che i sistemi pensionistici siano comparabili – ha spiegato -. In Europa ci stiamo lavorando. Con l’intervento della politica si possono creare le condizioni per raggiungere questi traguardi».

Al momento del dibattito e delle testimonianze è seguito quello della preghiera con la celebrazione eucaristica, presieduta nella basilica lateranense dal vescovo ausiliare monsignor Paolo Lojudice, membro della Commissione per le migrazioni della Cei. Seduti accanto uomini e donne giunti dalla Colombia e dall’India, dall’Islanda e dalla Nigeria che hanno indossato i loro abiti tradizionali e stretto tra le mani le bandiere dei Paesi d’origine. Tutti hanno portato all’altare un’immagine di Maria, raffigurata in base alle devozioni diffuse nei loro Paesi. I momenti della Messa sono stati scanditi dai canti di dieci cori, le letture sono state proclamate in lingue differenti. E così ogni comunità ha pregato per un’intenzione: i siro antiocheni per la pace in Mediorente, i brasiliani per i migranti morti durante il viaggio.

 Sessanta i sacerdoti concelebranti, alcuni dei quali di altri riti. «La Festa dei Popoli è la festa della Chiesa, perché i popoli sono il popolo di Dio, che è la Chiesa», ha detto monsignor Lojudice durante l’omelia. Il vescovo ha citato il tema della manifestazione e, quindi, le parole di Papa Francesco: “Costruiamo ponti, no muri”. «Tante tentazioni ci mettono in condizione di non farci riconoscere che ogni uomo è nostro fratello. Sull’accoglienza dell’altro si misura la nostra dignità – ha aggiunto -. Dobbiamo accogliere chi viene da lontano e vincere tutte le paure».

La condivisione è continuata nella festa sul sagrato della basilica. Canti, danze e cibo tradizionali hanno riunito tutte le comunità. Tra i tanti stand allestiti, anche quello moldavo, dove Stella, in Italia da 17 anni, offre i piatti tipici che ha preparato: «Ho lasciato il mio Paese impoverito – racconta -, ho vissuto esperienze felici in Italia, ho fatto da babysitter e badante, al momento però sono disoccupata». Liliia, 23 anni, della comunità ucraina di rito bizantino ha portato sul palco non solo le danze tradizionali ma anche i suoi sogni: «Da 4 anni vivo a Roma e studio all’Accademia di belle arti. Per me è il massimo. Sogno di rappresentare il mio Paese alla biennale di Venezia».

22 maggio 2017