La morte di Madre Teresa, il ricordo di monsignor Levi

La riflessione su Roma Sette dopo la scomparsa, a 87 anni nel settembre 1997, della religiosa che spese la sua vita per i poveri

Il dì della scomparsa di Madre Teresa di Calcutta, il suo «dies natalis», giorno della sua nascita alla vita eterna all’età di anni 87, venerdì 5 settembre 1997, entra nella storia con prepotenza. Non lo dimenticheranno milioni di poveri di tutto il mondo. Non lo dimenticherà la comunità cattolica, come pure quella indù, quella musulmana, quella degli altri fratelli credenti in Cristo. è una data chiave, che consacra il suo nome come il simbolo vivente di quella carità che Paolo ha cantato nella Lettera ai Corinzi, che Cristo ha predicato e vissuto come modello unico, avvicinato da pochi nella sua totalità. «Quale parola preferisce di tutto il Vangelo?», le chiesero in un’intervista. Rispose senza esitazione: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi».

Se mai il suo nome dovesse scomparire dalle cronache dell’effimero, che pure in questi giorni le dedicano anch’esse un’attenzione inconsueta, non si cancellerà tra i cori degli angeli, là dove quasi trentamila paria del paese più povero del mondo sono stati introdotti da lei, mano nella mano, nel momento più drammatico e felice della loro esistenza. Se il suo ricordo dovesse sbiadire dal mondo dei media, là dove esiste soltanto ciò che appare, non sbiadirà nella mente e nel cuore di milioni che hanno subìto il fascino del suo passaggio leggero, della sua assoluta semplicità, che accompagnavano la più incredibile e concreta dedizione a ciò che è calpestato, ma che è scintilla di Dio: l’essere umano povero, esposto al rischio del disprezzo e della soppressione.

L’ho incontrata più volte in questi anni a Roma, dentro e fuori il Vaticano. Mi dava l’impressione di una di quelle colombe che in Piazza San Pietro beccano un attimo tra i selci e subito volano vie leggere. Piccola, curva, con il suo sari bianco azzurro, qualche giovane sorella al suo fianco: di corsa, per le vie del mondo, a dire rapidamente cosa si aspettano i poveri, cosa si aspetta Gesù, e poi sul campo, maniche rimboccate, a distribuire l’amore coi fatti, con le parole tenere, con le mani amorose.

Era nata in Albania, si era fatta suora, era finita in India. Corse il rischio di fare una devota vita borghese. Ma fu travolta dal richiamo dei poveri. Erano migliaia, milioni, sotto gli occhi di tutti, silenziosi, rassegnati, quasi fatalisti, abbandonati a se stessi, strusciati dal tumultuoso scorrere della vita dei sani e dei ricchi. Erano vecchi cadenti e giovani deperiti, erano uomini e bambini, donne e bambine, che, senza dirlo, domandavano amore. Teresa chiese e ottenne di lasciare il suo ordine e di mettersi al loro servizio. Non pensò a cambiare quel pezzetto di terra al quale potevano arrivare le sue umili forze. Non predicò nulla, diede l’esempio. Gli affetti furono sconvolgenti. la sua fama percorse l’India e il mondo. Gente cominciò a mettersi alla sua scuola silenziosa e operativa. Nacquero le Missionarie e i Missionari della carità. La città del dolore diventò la città della gioia. Tutti abbiamo letto il bellissimo romanzo di Dominique Lapierre, a lei ispirato.

Scavalcando le impotenti chiacchiere dei salvatori teorici, la Madre dimostrò che basta poco per passare dal nero al bianco: purché lo si voglia con tutte le forze e si sia disposti a pagare di persona. Ma come ha potuto la fragile donna alimentare in sé una forza indomita, per una vita intera, financo nei giorni della vecchiaia cadente, fino all’ultimo respiro? Il suo segreto fu quello di unire la fragile canna del suo essere umano all’acciaio indistruttibile della potenza di Dio. Gesù era il suo unico amore, la preghiera il suo più intenso dialogo, che si svolgeva ogni santo giorno, fin dalle ore antelucane, prima durante e dopo il suo interminabile servizio. Per questo ella accende il firmamento teresiano, come terza e non minore santa che porta questo nome. Dirà la Chiesa quando collocare ufficialmente Teresa di Calcutta al livello di Teresa di Lisieux. In realtà, nei cuori di tutti, le è già la terza Teresa universale. (di Virgilio Levi)

14 settembre 1997