La pandemia e l’invito a leggere la nostra storia «in una trama di redenzione»

Il cardinale De Donatis scrive alla comunità diocesana invitando a leggere alla luce della fede il tempo presente e indicando un cammino di «servizio alla ripresa della vita». Dalla famiglia alle equipe pastorali fino ad arrivare a tutti

Scrive nella domenica della Divina Misericordia, il cardinale vicario Angelo De Donatis, per «riflettere sul tempo che abbiamo vissuto» insieme a tutta la comunità della diocesi di Roma. Un temo «imprevisto e improvviso», del quale offre alcune chiavi di lettura – «quelle della fede» -, alla luce dell’esperienza anche personale di coronavirus, che ha colpito De Donatis all’inizio del mese di aprile.

«Sentiamo tutti il bisogno di fermarci, in questo momento buio, e accendere la luce della Parola di Dio, per riflettere e comprendere», scrive De Donatis. E prende spunto dalle parole di Francesco nella veglia di Pasqua per evidenziare che «ci troviamo anche noi chiusi, sbarrati in casa, come gli apostoli: siamo la Chiesa nel Cenacolo del Sabato Santo. Siamo la Chiesa che, sbigottita di fronte al dolore della morte improvvisa di tante persone, si è blindata in casa, spinta anche dalla paura di incontrare gli altri». È l’ora delle «fitte tenebre che si sono addensate nelle nostre strade, piazze e città», aggiunge, prendendo a prestito ancora le parole del Papa nel momento straordinario di preghiera del 27 marzo scorso. Una paura del futuro che si traduce anche in «una sorta di paralisi ecclesiale, da cui il Risorto, attraversando le nostre porte chiuse, ci vuole scuotere». La chiave per comprendere è il mistero pasquale: sembra tutto finito «ma non è così per il Signore. Anche noi – è l’esortazione -, in questa situazione di devastazione, custodiamo le fede che il Cristo è vivo e che l’azione dello Spirito fa germogliare cose inedite e insperate». Occupando il tempo «con gesti di cura e di dedizione». Il modello: le donne che «prepararono i profumi per il corpo di Gesù e senza saperlo prepararono l’alba del primo giorno della settimana». Come in questi giorni, è l’omaggio di De Donatis, fa tanta gente che «in casa, nel condominio, negli ospedali, negli ostelli per i senza fissa dimora, prepara l’alba del mondo nuovo che Dio già sta donando».

Il cardinale ricorda la Quaresima «di digiuno e di spoliazione» che ha condotto a questa Pasqua. «Come comunità cristiana in pochissimo tempo abbiamo dovuto adattarci alla situazione. Abbiamo vissuto radicalmente  – riflette – il mistero pasquale di morte e di risurrezione. E ancora adesso siamo di fronte al pericolo che a morire sia un’intera realtà sociale ed economica, almeno nelle forme con cui l’abbiamo vissuta finora, con tutte le conseguenze che questo comporta». Ancora, «stiamo vivendo in un prolungato stato di attesa che succeda qualcosa di liberatorio; di qualcuno che ci annunci che possiamo uscire a tornare a vivere senza preoccuparci di non morire. Ecco: questo è esattamente il senso del termine Vangelo».

Nelle parole di De Donatis, «il nostro cammino di fede – personale e di diocesi – non poteva essere portato più decisamente alla sua radice: dobbiamo avere (e tornare sempre a) quel centro che è la Pasqua». E se l’Esodo, ricorda, è «il paradigma del nostro cammino comunitario, anche lì dobbiamo cercare le tracce di quello che stiamo vivendo e l’indicazione di ciò che Dio sta facendo con noi». Dopo l’incontro col Signore nel roveto ardente, per entrare con decisione nel cammino preparato da lui «avevamo bisogno della Pasqua. La piaga della pandemia e il passaggio dell’angelo devastatore – è la riflessione di De Donatis – ci hanno bruscamente riportati a noi stessi e al Signore. Stai ancora seguendo come faraone i tuoi deliri di affermazione di te stesso, contro tutto e contro tutti? Oppure accetterai di diventare insieme ai tuoi fratelli un Popolo di uomini salvati da Jahwè?».

In questo momento «siamo chiusi nelle nostre case, come Israele nella notte della Veglia, per celebrare la Pasqua del Signore e fare memoria del suo amore». Il Popolo di Israele, spiega De Donatis, «non era mai stato tanto Popolo come in quel momento, quando tutte le case celebravano il memoriale del Signore». Lui «avrebbe dato il segnale per avventurarsi nella notte verso il cammino dell’Esodo, mentre la Pasqua, nei riti era già cominciata. È stato davvero così anche per noi, in questa pandemia che, di fatto ci ha riportati alla dimensione familiare della vita della fede e della Chiesa». In quella prima Pasqua ci sono dunque le chiavi per aprire questo tempo a una comprensione di fede: «Dall’essere forzatamente raccolti in casa per mettersi in salvo all’uscire per lasciarsi guidare attraverso un tempo che sarà verosimilmente di deserto e di fatica, fino a raggiungere una terra che Lui ci mostrerà. Nella Veglia pasquale – prosegue De Donatis – il Papa ci ha in qualche modo indicato questa terra, invitandoci a camminare seguendo Cristo che “ci precede in Galilea”». L’esortazione allora è a muoversi «verso le nostre Galilee», vale a dire «verso un rinnovamento del nostro incontro originario con Cristo; e verso una comunione universale, che ora possiamo intendere con una intensità diversa, alla luce dell’esperienza di questo tempo nel quale ci è stato dato di sentire con più verità che siamo realmente fratelli e che nessuno può salvarsi da solo».

Nella sua lettera, il vicario del Papa mette in guardia da un rischio: che per qualcuno “tornare in Galilea” «significhi tornare semplicemente a riprendere, in famiglia, in parrocchia, al lavoro,  la vita di prima, rimuovendo quel che c’è stato, o senza aver imparato nulla». Per questo «occorre che ci aiutiamo a raccontarci quel che è successo, senza rimuovere o disperdere nulla. Il cammino della nostra diocesi potrà precisarsi così come un servizio alla ripresa della vita, alla fecondità delle relazioni familiari, all’integrazione di un significato evangelico delle cose che renda l’esistenza più umana e più aperta sul futuro di Dio». Un camino a tre cerchi concentrici, nel quale il primo è «la nostra famiglia, la nostra prima Galilea». De Donatis esorta a continuare a «condividere tra di noi sentimenti, pensieri, preoccupazioni: mettendoci in mezzo anche i pensieri e le parole che sono Parola di Dio». E invita ogni parrocchia a offrire alle famiglie del materiale – «scelta di testi biblici, preghiere e altro» – per aiutare a vivere questi momenti. Con «intelligenza e creatività» e senza «dare per presupposta la fede». Attenzione anche per chi si trovasse in un momento di difficoltà: «Sia incoraggiato a chiedere aiuto al parroco». E «chi può aiutare, non si dimentichi di quelli della porta accanto o dei poveri del quartiere».

Il secondo cerchio: l’équipe pastorale. «Il primo passo consisterà nell’ascolto reciproco tra i membri dell’équipe stessa, sacerdoti compresi». L’indicazione è di ripartire «leggendo insieme questa lettera. Per le prossime settimane – annuncia il porporato – la diocesi vi invierà delle schede utili per il confronto». Quindi il terzo cerchio: «Con l’aiuto delle équipe creiamo altri luoghi/occasioni per permettere alle persone di raccontare questo tempo della loro esistenza, per poterne insieme fare una lettura che dal riconoscimento e dall’accettazione arrivi fino a una prospettiva esplicita di fede». A cominciare dallo spazio delle piattaforme internet per arrivare via via a realizzare questo ascolto «nelle case o in parrocchia: i catechisti con i genitori dei loro bambini e con i bambini stessi, gli animatori con i ragazzi e i giovani del quartiere, i volontari con le persone in povertà (nel frattempo già molto aumentate), i malati e gli anziani in casa». Ascolti individuali o in piccolissimi gruppi, «dove la Chiesa può esprimere la sua vicinanza a tutti e l’incoraggiamento attraverso la condivisione della fede e della speranza». Sarà l’occasione per «leggere le nostre storie in una trama che è certamente di redenzione, cioè di Pasqua. C’è un bagliore di fuoco che distrugge la notte: l’infinita carità di Cristo, la misericordia del Padre. È lui il punto che comprende, regge e sana ogni cosa».

A tutta la Chiesa di Roma il vicario del Papa raccomanda, ancora, «la prossimità a chi è nel dolore e nella paura perché ha perso tutto». Nella pandemia, riflette, molta gente «ha perlomeno sperato che l’angoscia del mondo sia abbracciata da un’infinita misericordia e benevolenza, che la investe con uno scopo. Siamo chiamati ad essere il segno, povero e modesto ma concreto, di questa misericordia». E ricorda «il coraggio e l’abnegazione del personale sanitario» così come la «gara di solidarietà che si è mossa a tutti i livelli per aiutare i più poveri». Impossibile, a oggi, prevedere i tempi del ritorno alla normale vita parrocchiale. L’invito di De Donatis è a «non aspettare da inerti questo momento, ma in un certo senso ad anticiparlo: come le donne nel Sabato Santo, come Israele nella veglia di Pasqua».

21 aprile 2020