La Quaresima in diocesi sulle orme di Miguel Manara

Dal 4 marzo a San Giovanni un percorso con lo scrittore Franco Nembrini attraverso la vicenda dell’opera di Milosz. «Testo molto efficace con i giovani»

Cinque appuntamenti settimanali, a partire da mercoledì 4 marzo, per provare a vivere un percorso quaresimale originale attraverso il commento alla vicenda di Miguel Mañara, protagonista dell’omonima opera teatrale del drammaturgo lituano Milosz, raccontato dallo scrittore Franco Nembrini. Cinque tappe dal titolo “Si può ancora dire ti voglio bene?”, che vedranno la partecipazione dell’attore Gabriele Granito e le cui conclusioni saranno affidate al cardinale vicario Angelo De Donatis.

Nembrini, come nasce l’idea di proporre la storia di Mañara come spunto per le riflessioni quaresimali?
È una vicenda che conosco bene perché per tanti anni l’ho letta e l’ho utilizzata nell’ora di religione quando insegnavo. Per me è un testo di interlocuzione molto efficace con i giovani. L’ho presentato in due o tre parrocchie di Roma e a un certo punto uno dei parroci si è entusiasmato al contenuto. Insieme abbiamo avuto l’idea di proporla in parrocchia come cammino quaresimale, aiutati dal fatto che si compone di sei quadri, molto brevi dal punto di vista del testo, corrispondenti ai mercoledì di Quaresima. La cosa è giunta all’orecchio del cardinale vicario e mi è stato proposto di allargare l’iniziativa alla diocesi.

Il Papa, nell’omelia della Messa delle Ceneri, ha parlato del percorso che porta dalla polvere alla vita, con il rischio di tornare dalla vita alla polvere. Sembra un po’ la storia di questo religioso, un paradigma della condizione umana.
Certo, ci sono persino delle citazioni che penso di fare perché il legame, anche lessicale, è forte. Ad esempio, nel quadro che corrisponde al Mercoledì delle Ceneri, in cui Mañara fa la grande confessione iniziale, dice: «Ho cercato l’amore per tutta la vita, tante volte ho creduto di averlo afferrato ma non era che un fuoco fatuo, al mattino mi ritrovavo con il capo coperto dalla mia stessa cenere». È l’inizio dell’avventura di Mañara, rendersi conto che non ci si dà la vita da soli ma c’è bisogno di altro.

Mañara passa attraverso esperienze dolorose, come la morte della moglie. Oggi però il dolore, che fa pur sempre parte della vita, viene spesso rifiutato; si è perso il suo significato trascendentale, redentivo. Cosa può raccontare quel personaggio alla società contemporanea?
Esattamente la cosa di cui si vede in questi giorni che abbiamo più bisogno. Il panico scatenato dal coronavirus racconta in molti casi dell’improvviso spavento di fronte all’ipotesi della sofferenza, del dolore e della morte. Ora, lungi dall’essere fatalista, ma il panico di questi giorni mostra con assoluta chiarezza il bisogno di tornare a insegnare agli uomini che sofferenza e dolore fanno parte della vita. E non necessariamente parte negativa. In tanti anni di insegnamento ho visto che è vero, anche se non sempre automatico, che laddove c’è sofferenza, c’è una comprensione della vita altrimenti inarrivabile. La definizione che amo di più è dello scrittore libanese Gibran secondo cui il dolore è il rompersi del guscio che racchiude la vostra intelligenza. L’ho sperimentato tante volte.

Lei ha detto che è un testo straordinario per dialogare con i giovani.
Mi sembra che l’inizio del primo quadro sia sorprendentemente attuale in quanto parte da una considerazione cui siamo poco abituati e che potremmo sintetizzare così: poco importa che Dio esista o no, non ho mai avuto paura dell’inferno e dei castighi di Dio ma sappiate che aver dato la vita a Satana, cioè al male, non mi ha comunque avvicinato di un pelo alla felicità che ho tanto desiderato. Quando lo dici ai ragazzi di oggi ti guardano e capisci che sono d’accordo perché questa esperienza la stanno vivendo. Aver provato di tutto, essersi concessi tutto già da giovani e aver scoperto che non porta da nessuna parte: è un bel punto di partenza per sfidarli a pensare al contrario.

2 marzo 2020

(Aggiornamento del 4 marzo 2020 ⇨ evento annullato)