La questione mediorientale, tra pensiero apocalittico e nuovo pluralismo

La partecipazione dei Paesi del Golfo al contrasto dell’azione militare iraniana dei giorni scorsi letta alla luce del conflitto interno all’Islam tra arabi e persiani. Lo snodo del 2001 e la scelta delle Capitali della penisola arabica per il mondo globalizzato

La geopolitica contemporanea sembra divenire una teologia della fine dei tempi. Così molti esperti sono chiamati a dirci se stia arrivando la fine del mondo. Millenarismi e messianesimi si accavallano ad estremismi che provengono da tutti i campi coinvolti in un confronto che sempre più spesso, e non solo perché coinvolge Gerusalemme, evoca un’imminente Armagheddon.

Non credo che esprimersi in questi termini sia un’esagerazione, sebbene poi dentro ciascuno di noi prevalga il desiderio di accantonare questi pensieri. Ma fatti che ci affrettiamo a definire “senza precedenti” si susseguono ormai quasi quotidianamente e forse è utile capire meglio alcuni protagonisti di questo nostro tempo, per cogliere loro possibili connessioni con visioni estreme, apocalittiche.

Non posso fare un discorso esaustivo, né argomentare che questi, anche se opposti, in realtà si alimentano vicendevolmente. Per rendersene conto basta pensare a cosa abbia determinato in alcuni ambienti del mondo cristiano il 2001. Ritengo indispensabile però  soffermarsi, con un po’ di pazienza, sul  peso del conflitto interno all’Islam tra arabi e persiani e delle vicendevoli eresie apocalittiche.

L’Apocalisse nel Corano occupa mezza riga, poco di più. Ma già nei primi decenni successivi alla rottura dell’islam tra musulmani sunniti, la maggioranza riunita intorno al Califfato Umayyade, e gli sciiti, la minoranza sconfitta, emerge una figura misteriosa, il Mahdi, che arriverà alla fine dei tempi. Per alcune interpretazioni insieme a Gesù, per altre come suo aiutante. La figura appare un “sanatore” della discordia e quindi della corruzione interna, un riferimento di purificazione per tutti.

Dopo che gli arabi islamizzarono la grande civiltà persiana, questo mondo ha scelto la confessione minoritaria, lo sciismo, quasi ponendosi in contrasto con l’islam ufficiale, e ha introdotto novità significative nell’islam stesso, e alcune di queste si sono diffuse al di là dei confini dello sciismo. Tra queste novità, oltre a tante altre ovviamente, c’è anche la trasformazione del Mahdi. Questo sanatore diventò il dodicesimo Imam degli sciiti: è il famoso Imam nascosto, che non è morto, ma è nell’occultamento. Tornerà allora, e tornerà alla fine dei tempi, con Gesù, per la battaglia finale contro l’Anticristo. Dunque questo Imam nascosto diviene proprio dell’islam sciita persiano, e tornando alla fine dei tempi dopo aver guidato lo sciismo, deve trovarsi da qualche parte. Infatti vive in una sorta di intratempo, un tempo mediano tra il nostro e quello dell’aldilà.

Quando Khomeini prese il poter in Iran, sviluppò questo pensiero in chiave apocalittica: lo stesso Mahdi diviene una figura apocalittica e i martiri della sua rivoluzione, o per meglio dire di quella khomeinista che ebbe il coraggio dopo secoli di farsi chiamare Imam,  i martiri  dell’espansione del verbo rivoluzionario khomeinista, come il Mahdi che vive nell’occultamento, si troverebbero in questa sorta di intratempo, da dove spingerebbero il mondo verso l’Armagheddon e la vittoria finale contro l’Anticristo.

Murales di Khomeyni, Teheran, IranIl tempo in questa visione è altra cosa: non è più una linea di sviluppo, ma una corsa verso la conflagrazione finale, che segnerà la vittoria del Bene sul Male.  Non si può dire che Khomeini abbia identificato se stesso con il Mahdi, ma fece scrivere nella Costituzione iraniana, all’articolo 5, che nell’attesa del ritorno del «Mahdi – che Dio voglia ridurre l’attesa- la reggenza esecutiva e la direzione della comunità islamica dei credenti nella Repubblica islamica dell’Iran appartengono al giurista giusto, virtuoso, consapevole, coraggioso, capace di dirigere, riconosciuto come Guida dalla maggioranza del popolo». È chiaro che Khomeini è il reggente, forse di più.

La visione apocalittica di Khomeini non ha nulla a che fare con la vera dottrina sciita, è un’eresia millenarista. Altrettanto possiamo certamente dire del suo sistema di governo teocratico, che ha fatto prima di Khomeini e ora di Khamanei la guida suprema, il supremo legislatore di un sistema affidato al “governo del giureconsulto”: tutto questo anche è estraneo ai principi religiosi delle scuole teologiche sciite. Ma Khomeini non è passato nell’indifferenza storica, e il suo successore, l’ayatollah Khamenei, appartiene a quelle stesse scuole di pensiero che coltivano un pensiero apocalittico. Questa visione è molto diffusa tra i leader miliziani sia dei pasdaran, i Guardiani della rivoluzione iraniana che hanno creato all’estero una rete di milizie a loro collegate, dai libanesi di Hezbollah agli Houti yemeniti, sia di diversi gruppi armati iracheni.

In una visione che rifiuta la storia, che non contempla alcuna evoluzione, resta cruciale l’opposizione ai leader arabi, non solo perché espressione dell’altra famiglia islamica, quella sunnita, ma perché la rivoluzione khomeinista e iraniana di fatto propone di riunificare l’islam sotto il governo legittimo dell’unico Imam.

All’ombra di tutto questo c’è ovviamente la disputa politica e di potere: Khomeini ha ricoperto di religioso il vecchio dissidio tra persiani e arabi, e riunificando sotto di sé l’islam propone in effetti di ricostruire l’antico impero persiano. Il khomeinismo dunque eternizza i conflitti e immagina di doversi vendicare, oggi, di Alessandro Magno, e della sua fissazione nell’antica Mesopotamia del confine della Persia, oggi Iran. I khomeinisti vedono come loro orizzonte il ritorno al Mediterraneo. Ecco il loro definire Baghdad, antica sede califfale dopo la sconfitta degli Umayyadi, come parte storica della Persia, ecco il loro investimento sull’avamposto armato libanese, Hezbollah,  già sul Mediterraneo.

Dunque  la ricostruzione dell’impero e l’unificazione dell’islam sotto il governo dell’unico imam appaiono parte di un disegno messianico, del millenarismo che ispira la politica di Tehran e che si realizza con il controllo di Yemen, Siria, Libano e Iraq, Stati satelliti controllati con “eserciti” fedeli a Tehran e che con i loro sistemi finanziari consentono di ridurre il peso delle sanzioni internazionali contro il regime.

Hamas, che origina nel campo sunnita, è un alleato di Teheran, non è un apparato fedele, ma svolge la funzione di destabilizzatore del mondo arabo, soprattutto degli affluenti Paesi del Golfo, che dopo il 2001 hanno cominciato a fare i conti con il loro pensiero apocalittico, ispirato per meglio capirci a bin Laden, e vorrebbero favorire un accordo con Israele passando per la costituzione dello Stato palestinese accanto a Israele.

Tehran, IranDopo il 2001 molto è cambiato nelle Capitali della penisola arabica, resesi conto che nel mondo globalizzato non poteva esserci posto per un mondo arabo islamico il cui establishment religioso era contiguo a un pensiero teologico eversivo e sovversivo come quello di bin Laden. Hanno scelto, con le loro debolezze e storture, il mondo globalizzato. Sono emerse così diverse iniziative per il dialogo interreligioso che hanno avviato un cambiamento profondo della “teologia di Stato” e quindi degli apparati.  La questione ovviamente non è soltanto teologica.

I sauditi ad esempio sono impegnati in una trasformazione profonda della loro economia che comporta apertura, non solo commerciale. Passare a un’economia post-petrolifera vuol dire produrre, attrarre investitori, tornei sportivi, campioni celebrati nel mondo, turisti. Ma in questi giorni il principe della corona bin Salman ha dovuto annunciare il fallimento di fatto del progetto cruciale, la nuova città di Neom, la città lineare: doveva superare i cento chilometri di lunghezza, ne sfiorerà i due. La guerra con questo c’entra e non poco.

La preoccupazione dunque non può essere solo economica. I sauditi sanno benissimo che la costola “eversiva” che per semplicità abbiamo collegato a bin Laden aveva un riferimento nel pensiero teocratico ed eversivo dell’egiziano Sayyd Qutb (giustiziato a Nasser) un potente vettore di diffusi malesseri sociali. Ma il vero pensiero pensiero apocalittico, sempre nel nome di questa deformazione della figura del Mahdi, si è avuto con  Juhaman al-Utaby e i suoi seguaci, per i quali l’intervento divino permette di creare uno stato d’eccezione e all’audacia di prendere il sopravvento.

Il 2001 è stato dunque una scossa, soprattutto per in funzione del loro ruolo nel mondo.  La più grande svolta a mio avviso raggiunta, da una decina di anni, anche nella definizione dei nuovi apparati ufficiali religiosi, sta nel cuore del messaggio lanciato dagli Emirati Arabi Uniti: i principi morali non sono giusti perché sanciti dalla legge islamica, ma la legge islamica li sancisce perché sono giusti. È la base del nuovo pluralismo, che travalica i confini delle sole religioni abramitiche e prefigura un pluralismo futuro, non solo religioso. Per ora siamo a sofferti avvii, ma non trascurabili.

Ecco allora che la partecipazione dei Paesi del Golfo al contrasto dell’azione militare iraniana dei giorni scorsi si capisce. E ha bisogno di sponde per prevalere, a partire da Gaza.

18 aprile 2024