“La scoperta di Cosa Nostra”, libro-inchiesta di Gabriele Santoro

Un saggio-reportage narra con grande acume i nessi storici della criminalità organizzata fra le due sponde dell’Oceano Atlantico

Giochiamo a “guardia e ladri”? Quante volte da bambini ce lo siamo detti? C’è qualcosa di atavico in questo schema infantile che replica quello dei “buoni” e “cattivi”. Tuttavia l’immaginario contemporaneo, che le serie televisive alimentano e diffondono, sembra non possa farne a meno, in una trasfigurazione drammatica delle scelte morali che attendono ogni individuo: in certi casi esse possiedono ampi margini operativi, in altri le possibilità si restringono, pur restando decisive.

È un libro in tanti sensi prezioso a farmi riflettere in questa direzione: “La scoperta di Cosa nostra” (Chiarelettere, pp. 256, 17 euro). L’ha scritto, con l’acribia del ricercatore e la passione dello storico, un giovane giornalista romano, Gabriele Santoro, dopo anni di studi, viaggi e lavoro.

Pensiamo a Joe Valachi, nato a New York nel 1903, il primo pentito ufficiale della mafia americana: suo padre, originario di Napoli, era un alcolizzato, spesso violento con la moglie Maria Casale. Joe, cresciuto a East Harlem, scrisse nel suo memoriale: «Provengo dalla famiglia più povera della terra, o almeno così la percepivo da ragazzino. A Natale non ho mai ricevuto un regalo: capitava invece che mio padre mi svegliasse e mi offrisse un bicchiere di whisky».

In tali condizioni, sarebbe stato difficile sottrarsi al destino criminale. E così il ragazzo bruciò le tappe del male: ladruncolo, rapinatore, affiliato del clan Genovese, killer e capobastone. Tuttavia, tanti anni dopo, chissà, forse un barlume di coscienza lo spinse a confessare i propri e altrui misfatti, consegnandoli all’agente speciale dell’Fbi, James P. Flynn, che ne fece il massimo buon uso. Nel 1963 la Commissione McClellan li trasmise in televisione svegliando milioni di americani. Oppure Valachi voleva soltanto salvarsi la pelle.

la scoperta di cosa nostra, libro di Gabriele Santoro, 2020Fatto sta che, grazie a questo primo collaboratore di giustizia, la complessa azione di contrasto al crimine organizzato portata avanti dal senatore Robert Kennedy scoprì la propria efficacia. Peraltro quello che, se non fosse stato ucciso il 6 giugno 1968, con ogni probabilità sarebbe diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti, aveva già pubblicato un testo chiave come “The enemy within” (“Il nemico interno”). A preoccupare il giovane Bob, dalla vista lunga, non era il Kgb sovietico, bensì i mafiosi d’oltreoceano, provenienti da Corleone, Monreale, Palermo e Castellammare del Golfo, i quali sin dagli anni Venti s’erano insediati a New York. Famiglie malavitose come i Maranzano, Bonanno, Buccellato e Magaddino.

Gabriele Santoro, in questo libro–inchiesta che incrocia i generi, fra saggio e reportage, ha narrato con grande acume e sapienza di montaggio i nessi storici della criminalità organizzata fra le due sponde dell’Oceano Atlantico, gettando una obliqua luce retrospettiva sugli anni Sessanta del secolo scorso capace di illuminare persino la più recente storia italiana, compresa la clamorosa confessione di Tommaso Buscetta.

Non a caso il libro si chiude con una straordinaria, tragicamente lungimirante, dichiarazione di Giovanni Falcone: «La tendenza del mondo occidentale, europeo in particolare, è quella di esorcizzare il male proiettandolo su etnie e su comportamenti che ci appaiono diversi dai nostri. Ma se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia».

25 maggio 2020