La scuola ai tempi del virus? Dare valore a ogni incontro

In una settimana tutto è cambiato. Lo smarrimento di fronte ai dubbi e alle domande dei ragazzi, la difficoltà di trovare le parole giuste. E la gratitudine

In una settimana tutto è cambiato. Nella mia scuola era prevista la settimana flessibile: attività a classi aperte, esperti che sarebbero venuti a incontrare alunne e alunni, gruppi di ragazzi e ragazze che sarebbero andati in giro per escursioni, incontrato scrittrici e scrittori, visto gallerie d’arte, ripulito il piazzale del liceo. Ma in una settimana tutto è cambiato. Arrivati a scuola il lunedì, non smettevamo di guardarci e domandarci “cosa succederà, arriverà, non arriverà, chiuderemo anche noi”, e anche se nella mia regione la scuola poi è rimasta aperta, la settimana flessibile è terminata prima di iniziare e pure noi, nella mia scuola, abbiamo capito come tutto fosse di colpo cambiato.

Poi a un certo punto, sui giornali e sulla rete, si è iniziato a parlare di lezioni a distanza. Insegnanti, ragazzi e ragazze dietro uno schermo, ognuno a casa sua, ligi ai proclami di qualche trasmissione televisiva con il ditino alzato, perché quello sarebbe stato il futuro, perché lassù nel lontanissimo nord dell’Europa già da un pezzo funziona così, perché la tecnologia avrebbe annullato le distanze, perché in fondo la paura che tutto fosse cambiato sarebbe stata curata da tanti volti appiattiti sulla dozzina di pollici di uno schermo o i pochi meno di un tablet acceso, seduti su un divano.

«Ma come si fa a fare scuola su Skype? Ma come facciamo a guardarci per davvero?», m’ha chiesto a ricreazione e sul corridoio Marco, e io sono un insegnante che con il computer ci smanetta parecchio. «E che ti dico Marco, ho molti dubbi anche io, spero solo che questa cosa finisca presto», gli ho saputo giusto rispondere, con lo sguardo un po’ stralunato: avevo appena alzato gli occhi dal telefono mentre stavo leggendo una notizia che m’aveva gelato, una mamma abbandonava il suo bimbo di un anno alla stazione Termini, gli aveva lasciato un biberon e se n’era andata. La solitudine di quel bambino moltiplicava la solitudine del mondo, anche di quel mondo che all’improvviso, dalle scuole alle chiese, dalle fabbriche ai supermercati, s’era scoperto nascosto e impedito a se stesso. «Spero che finisca presto, Marco, e comunque ci sta insegnando molto questa situazione. Ne riparleremo in classe».

Io non lo so davvero come finirà questa storia. Io non so nemmeno se davvero saprò trovare le parole giuste per riflettere con i miei ragazzi su quello che è stato, su quello che sarà. Continuo a rimanere in silenzio, a guardarmi intorno e a intuire un po’ dei pensieri delle persone che frequento, di quelle che semplicemente incontro. So che in queste mattine in cui ho continuato a entrare nella mia scuola ho pensato che quello è un posto bellissimo, che metterci piede è un privilegio e che non dovrei mai smettere di essere grato. Essere grato della gente che ho visto sorridere al supermercato, della cortesia dell’impiegata del Caf che oggi mi ha fatto compilare il modello Isee per mandare mia figlia questa estate in Inghilterra, del postino che salutandomi mi ha lasciato l’ennesima bolletta da pagare. Del mondo, delle persone, di ogni singolo incontro che troppo spesso diamo per scontato.

4 marzo 2020