La situazione è grave soprattutto per i giovani

In provincia gli effetti più pesanti della crisi. Nel ’75 raddoppiata la Cassa integrazione. La diocesi si sente coinvolta: «È un dramma che ci riguarda tutti da vicino»

Un consuntivo quanto mai pesante ed una prospettiva immediata ancora più dura caratterizza, purtroppo, l’andamento della occupazione nella capitale e nella Regione Lazio. Tale realtà, già di per sé drammatica, diviene peggiore in presenza di una grave crisi economica nazionale che non ha precedenti.

La Regione Lazio è al secondo posto, dopo la Campania, per numero di disoccupati. Basti pensare che gli iscritti nelle liste di collocamento si sono raddoppiati nel giro di un anno: alla fine di dicembre dell’anno trascorso si è saliti a circa 100.000 unità delle quali 63.000 solo a Roma. Questi dati sono largamente approssimativi per difetto. Ad essi, infatti, vanno aggiunti i dati (dei quali la statistica ufficiale non tiene conto) che si riferiscono ai dipendenti di numerose aziende che hanno chiuso i battenti. A Roma di queste aziende ve ne sono a migliaia. A conti fatti, non meno di 40.000 imprese artigiane di Roma e Lazio sono giunte al limite della sopravvivenza. Questo significa che è in pericolo il lavoro e l’occupazione di circa 150 mila lavoratori.

Nella nostra città anche le aziende di grosse dimensioni sono in grave crisi. Si preannunciano ulteriori massicce richieste di licenziamento e di ricorso alla cassa integrazione, per esempio, alla Fiorentini, alla Litton-Italia, all’Autovox, alla Bruno ed in altre aziende.

L’intervento della Cassa Integrazione Guadagni si è raddoppiato alla fine del 1975 rispetto all’anno precedente. Tale intervento si è verificato in modo specifico nei settori edile, meccanico e tessile. Gli edili disoccupati si avvicinano alle 40.000 unità di cui circa 10.000 solo in Roma. Sempre in tema di problemi occupazionali, merita di essere sottolineato un dato relativo agli ultimi 15 anni, nel corso dei quali oltre 600mila lavoratori nel Lazio sono stati espulsi dal mercato del lavoro, andando a gravare in modo patologico sulla popolazione attiva. Contro un aumento della popolazione tra il 1961 e il 1971 di 750 mila persone, la popolazione attiva ha fatto registrare un aumento di sole 130 mila unità. Per cui, secondo queste statistiche, nel Lazio lavora una persona su tre.

Questa pesante situazione grava evidentemente più che su Roma, sui comuni della provincia e su quelli delle provincie di Viterbo, Rieti e Frosinone più interessate al fenomeno del pendolarismo. Roma, infatti, non è una città operaia, bensì una città burocratica e di servizio o, come si dice, una città terziaria. Il 69,9% della popolazione attiva lavora in questo settore e solo il 28% nell’industria. La maggior parte dei disoccupati non vive in Roma.

In tale contesto, quindi, manca un clima di attenzione e talvolta di solidarietà nei confronti di questa situazione che oggi più che mai ha reso gravissimi i livelli occupazionali. Gli squilibri, però, all’interno della regione e della stessa città, hanno raggiunto dimensioni tali da far sì che nessuno può illudersi di potersi estraniare dal pericolo incombente di un collasso che coinvolgerebbe le stesse possibilità di civile, umana convivenza.

È un dramma che ci riguarda tutti da vicino e reclama da parte della cittadinanza una concreta solidarietà con le decine di migliaia di lavoratori che hanno già perduto il posto di lavoro, o lavorano a regime ridotto e con quanti purtroppo sono in procinto di andare ad ingrossare la massa dei disoccupati. In questo quadro, tanto grave di incognite, vi è il problema dei giovani, delle nuove leve di lavoro. Se nulla cambierà, se non si imboccherà un nuovo modello di sviluppo, questi giovani per molto tempo non riusciranno a trovare un qualsiasi inserimento nel mondo del lavoro. A tale proposito, occorre dire che secondo quanto è stato calcolato in base alle tendenze dell’economia romana e laziale, dei circa 28.000 giovani che ogni anno si presenteranno sul mercato del lavoro regionale, l’85% resterà disoccupato perché l’attuale sistema è in grado di produrre soltanto 4-5 mila posti di lavoro l’anno.

Si tenga presente, inoltre, che nella nostra regione la disoccupazione giovanile ha una forte componente intellettuale. Nell’ambito di coloro che cercano un primo impiego vi sono decine di migliaia di laureati e di diplomati, non meno di 100mila unità, di cui la maggior parte nella città di Roma. A questi giovani candidati a divenire la futura classe dirigente, l’avvenire si presenta pieno di incognite e carico di stati d’animo difficilmente valutabili. Una massa che può provocare una esplosione più grave della contestazione del 1968. è proprio dalla intollerabilità della sofferenza insita nell’essere, a un tempo, qualificati e disoccupati, che discende il possibile ruolo di detonatore dei giovani intellettuali disoccupati.

Siamo di fronte a situazioni e problemi estremamente gravi da ogni punto di vista, nei quali la Diocesi non può non sentirsi coinvolta e di fronte ai quali è obbligata a prendere posizione, se la Chiesa è soprattutto al servizio degli uomini che soffrono e se «le gioie, le speranze, le tristezze, le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie, le speranze, le tristezze, le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che nono trovi eco nel loro cuore» (Gaudium et spes).

Non si vuole ovviamente avere la presunzione di risolvere problemi che la situazione descritta presenta, quasi fosse compito della Chiesa offrire o trovare soluzioni. Si vuole soltanto richiamare quello che è dovere fondamentale del cristiano: il dovere di prendere coscienza della realtà, di essere solidali con chi lotta per l’occupazione, di assumere ciascuno, ad ogni livello, le proprie responsabilità indicate dalla Parola di Dio, di pregare per sape discernere i segni dei tempi e operare in conformità al disegno di Dio. (Luigi Di Liegro)

15 febbraio 1976